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Spagna sotto scacco, aiuti più vicini

MADRID — Manca, e non è poco, il sì della signora Merkel, ma la Spagna è a un passo dall’ottenere dall’Europa i miliardi necessari per tenere a galla le sue banche senza passare dalle forche del salvataggio statale. Se l’operazione avesse il via libera, l’orgoglio nazionale ne uscirebbe intatto, si eviterebbe l’effetto contagio e diverrebbe un passo da ricordare nella storia della sopravvivenza dell’Euro.
L’entrata in campo della Francia di François Hollande è stata decisiva. Ieri mattina il ministro dell’Economia francese Pierre Moscovici e il Commissario europeo degli Affari Economici Olli Rehn hanno appoggiato la creazione di un’unione bancaria europea capace di garantire la solvibilità degli istituti di credito continentali. La stessa Mer kel ha aperto all’idea parlando ieri di «controllo delle banche sistemiche» e di «coniugare unione politica e monetaria». Il principio, insomma, è condiviso. La nuova creatura avrebbe però i tempi medio-lunghi di tutti i progetti europei, ed è quindi inadatta all’urgenza spagnola. Così Commissione Ue e Parigi (con l’appoggio di Bce e Roma) hanno pensato a una soluzione ponte: utilizzare il Fondo di salvataggio europeo per finanziare non le casse pubbliche di Madrid, come da mandato istituzionale, ma il «Fondo interbancario spagnolo» o direttamente le banche. Solo mercoledì scorso Olli Rehn aveva scartato l’ipotesi con un «non è possibile». Stando alle regole avrebbe ragione: ieri, ad esempio, il Portogallo ha annunciato un sostegno da 6,6 miliardi a tre delle sue banche. Miliardi che vengono «regolarmente» dal pacchetto statale concesso dall’Ue nel 2011. Nel caso spagnolo, invece, sarebbe necessaria una forzatura per non porre la quarta economia dell’Unione sotto tutela.
Il buco da tappare è notevole. Ci sono i 19 miliardi scoperti giorni fa in Bankia, ma anche le voragini attese dal rapporto sull’intero sistema bancario a cui lavorano due società private più il Fondo monetario internazionale. C’è chi parla di 40 miliardi (come Emilio Botin, gran capo di Santander), chi di 70, chi di 100. Dovrebbero arrivare valutazioni certificate in tempo per il Consiglio Europeo del 28-29 giugno. Queste cifre sono irraggiungibili per il bilancio statale spagnolo: a spanne 10 punti di deficit ad un costo impossibile visto che lo spread è stabilmente sopra 500, quota fallimento. Lehman Brothers sarebbe uno spiffero in confronto e non è un caso se oggi i ministri economici del G7 ne parleranno in conference call.
Madrid è consapevole anche se non lo ammette. Il premier Rajoy giura che il salvataggio di Bankia non peserà sul deficit pubblico. Ipotizza prestiti che il Fondo interbancario dovrebbe raccogliere dal mercato con la garanzia ultima dello Stato. Dove volerebbe allora lo spread?
Quando, a metà maggio, Hollande si disse a favore di un aiuto europeo alle banche spagnole, Rajoy reagì stizzito. Dopo però ha accettato il «commissariamento» della sua banca centrale e ha invitato i soci europei a rinunciare alla sovranità fiscale. Senza i miliardi per le banche del regno, però, non c’è più Spagna nell’Euro e forse non ci sarebbe proprio più Euro.

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