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Spagna, sofferenze bancarie record

Le sofferenze bancarie in Spagna fanno segnare un nuovo record e aggiungono ulteriore pressione sul Governo di Mariano Rajoy che sta prendendo tempo sulla richiesta di salvataggio all’Unione europea.
I crediti dubbi nei bilanci degli istituti di credito spagnoli hanno sfiorato in luglio i 170 miliardi di euro, pari al 9,86% di tutti i prestiti concessi dal sistema bancario. Si tratta di un record assoluto, raggiunto dopo 16 mesi consecutivi di aumenti delle sofferenze con un balzo significativo nel mese di giugno, in concomitanza con l’accordo tra Madrid e l’Eurogruppo per un finanziamento di 100 miliardi di euro destinato a ricapitalizzare le casse di risparmio iberiche: negli ultimi due mesi, da quando il Governo ha chiesto il salvataggio delle banche, i crediti di difficile riscossione sono cresciuti di oltre 13 miliardi di euro, circa un punto percentuale del totale.
La gran parte dell’incremento riguarda il settore immobiliare, che è responsabile di oltre il 60% di tutte le sofferenze del sistema creditizio spagnolo per una cifra di 78,5 miliardi di euro. E tra gli istituti in difficoltà i quattro che già sono stati nazionalizzati – Bfa-Bankia, CatalunyaBanc, Ncg Banco e Banco de Valencia – hanno superato i 75 miliardi di attivo considerato «potenzialmente problematico». I dati forniti dalla Banca centrale dicono che la Spagna è ancora molto lontana dal risolvere il nodo principale della sua crisi: il crollo dell’immobiliare dopo anni di bolla speculativa, che si è sommato alle tensioni finanziarie internazionali e ha aggravato la recessione. Nel secondo trimestre dell’anno i prezzi delle abitazioni sono scesi ancora, come non accadeva dal 2007, facendo registrare un calo del 14,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno passato.
E mentre si sta per sbloccare la prima tranche dei finanziamenti del fondo salva-Stati europeo alle banche spagnole, Madrid sta valutando i tempi e i dettagli della richiesta di salvataggio all’Unione europea, un passaggio necessario per attivare il piano della Bce di acquisto di bond in funzione anti-spread. «La Spagna sta ancora considerando le condizioni del salvataggio. L’Europa deve riconoscere i sacrifici e le riforme che abbiamo fatto», ha detto ieri il vicepremier Soraya Saenz de Santamaria. È quanto Rajoy va dicendo da tempo nel tentativo di negoziare con Bruxelles condizioni più morbide in cambio degli aiuti: «Dobbiamo osservare con attenzione – ripete il premier conservatore – come si muovono i mercati e capire fino in fondo che cosa ci verrà chiesto. Non vogliamo che nessuno ci dica quale riforma attuare in casa nostra o decida le misure economiche che dobbiamo adottare».
Gli annunci di Mario Draghi hanno raffreddato gli spread ma i rendimenti dei titoli del debito spagnolo restano troppo alti, difficili da sostenere a lungo, con i bonos decennali sempre vicini al 6 per cento.
Luis de Guindos si è portato avanti nell’ultimo vertice europeo di Cipro promettendo agli altri ministri delle Finanze «una serie di riforme per rilanciare l’economia». De Guindos non ha fornito ulteriori informazioni su questi nuovi interventi rimandando tutto al prossimo 28 settembre quando verrà presentato il budget per il 2013. Nello stesso giorno in cui il Governo spagnolo dovrà pubblicare i risultati degli stress test definitivi sul fabbisogno delle banche.
La Spagna vuole avere le carte in regola per chiedere aiuto senza doversi piegare alle condizioni di Bruxelles. Ma non può nascondere i problemi interni. Le banche ma anche le tensioni tra Governo centrale e Regioni autonome che, di nuovo, rischiano di compromettere gli obiettivi di risanamento. Lo scontro tra Madrid e Barcellona è uscito dall’economia ridando forza – tra le grandi manifestazioni di piazza e il populismo del governatore Artur Mas – alle spinte indipendentiste della più ricca regione spagnola. E proprio la Catalogna, che ha già dovuto chiedere aiuto ai fondi statali per cinque miliardi di euro, potrebbe far saltare il target di deficit nazionale anche per il 2012. In molti a Bruxelles temono che il 6,3% rinegoziato e promesso sia ormai sempre più lontano.

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