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S&P: debiti pubblici a prova di shock sui tassi E anche l’Italia si salva

Debiti sovrani a prova di shock sui tassi di interesse, o quasi. L’aumento del costo del denaro che molti ritengono inevitabile da parte delle banche centrali per tenere sotto controllo un’inflazione in crescita oltre le attese non sembra in realtà in grado di mettere a rischio le finanze pubbliche nei principali Paesi avanzati a livello globale e pure nel mondo degli emergenti. A sostenerlo è S&P Global Ratings, che ha condotto uno stress test ipotizzando un aumento fino a 300 punti base dei tassi di finanziamento del debito rispetto a quanto ci si attenderebbe con lo scenario di base attuale.

«Riteniamo che i timori di inflazione globale siano esagerati e che l’ipotesi di una reflazione ordinata rappresenti uno sviluppo positivo per l’economia mondiale», sostengono in realtà gli analisti dell’agenzia di rating, che tuttavia preferiscono tenere sotto stretta osservazione «l’aumento dei rendimenti negli Stati Uniti e in altri mercati». La prova di sensibilità delle finanze pubbliche a potenziali aumenti dei tassi condotta da S&P indica che anche in uno scenario di rincaro di 300 punti base dei costi di rifinanziamento, 15 dei 18 titoli di Stato delle economie avanzate e 16 Paesi emergenti su 20 vedrebbero da qui al 2023 la spesa per interessi come quota del Pil aumentare meno di 1 punto percentuale rispetto alle proiezioni di base. In sostanza – rileva lo studio – la maggior parte dei Governi pagherebbe in relazione al Pil gli stessi interessi o una quota inferiore rispetto a quanto versava nel 2018 e «i costi fiscali diretti dei tassi più elevati sono, con poche eccezioni, gestibili per i Sovrani».

Le eccezioni in questione sono Stati Uniti, Giappone e Portogallo (oltre a Egitto, Sud Africa, Ghana e Kenya fra gli emergenti), ma non sembrano preoccupare più di tanto. «Nel caso del Giappone, oltre il 90% del debito è detenuto da residenti nazionali, inclusa la BoJ», nota S&P, che ritiene invece «a prima vista» più vulnerabili gli Stati Uniti, perché il debito a breve termine è più elevato e vale il 25% del Pil e perché a differenza di quanto avviene negli altri mercati sviluppati, i tassi di rifinanziamento sono già vicini ai valori medi . È però improbabile che un aumento anche sensibile dei rendimenti metta a rischio i conti del Tesoro Usa che, sostengono gli analisti, «quasi certamente accorcerebbe ulteriormente la durata del debito se dovesse affrontare uno shock all’estremità più lunga della curva».

Inevitabile però puntare anche l’attenzione sull’Europa e soprattutto sull’Italia. Il nostro Paese viene ricordato da S&P quando si nota come un incremento di 300 punti base dei costi di rifinanziamento farebbe lievitare al 3,4% la spesa per interessi quest’anno, al 3,5% il prossimo e al 3,7% nel 2023 contro uno scenario di base che limiterebbe il peso al 3 per cento. Fra le economie avanzate soltanto il Giappone avrebbe oneri maggiori (6,1% del Pil), ma questo non è evidentemente sufficiente a far scattare l’allarme. Il motivo principale risiede nel fatto che il punto di partenza dei tassi è in realtà estremamente basso, proprio grazie alle Banche centrali.

Oltre a questo occorre però considerare come l’Italia (ma non solo) abbia approfittato del momento favorevole per allungare le scadenze dei titoli di Stato e renderli quindi meno sensibili alla variabile tassi. S&P nota come dal 2015, anno di avvio dei piani di riacquisto della Bce, la durata media del debito sia aumentata di circa 1,7 anni a 8,1 anni in Spagna, di quasi 1,5 anni a poco meno di 8 anni in Italia e da 7,5 anni a 9,4 anni in Francia. «Tra il 2021 e il 2023, stimiamo che Italia, Portogallo e Spagna debbano rifinanziare in media solo il 17,4% del Pil all’anno, includendo il rinnovo dei titoli a breve termine», precisano gli analisti, proprio a evidenziare la minore vulnerabilità dei titoli sovrani della «periferia» dell’Eurozona all’aumento dei tassi di mercato. Va detto che lo studio S&P si limita ad analizzare gli effetti diretti dei movimenti dei tassi sul debito, che ritiene appunto «gestibili». Alle conseguenze indirette, cioè l’impatto dei rendimenti più elevati sulla crescita, si accenna soltanto per avvertire che «in un contesto di performance del Pil più debole il consolidamento di disavanzi pubblici molto ampi sarebbe estremamente impegnativo per gli emittenti sovrani e potrebbe influenzare i loro rating ».

Diventano quindi cruciali i motivi alla base dell’aumento dei tassi: «Se riflette la rapida crescita dell’occupazione e del Pil – sottolinea S&P – il costo più elevato del servizio del debito sarà quasi certamente compensato dal miglioramento delle entrate statali e da un più rapido consolidamento dei conti pubblici». Se invece i tassi più elevati derivassero da «una risposta ritardata delle Banca centrali all’inflazione incontrollata causata dalla stagnazione della produttività post-pandemia, gli shock dei tassi di interesse potrebbero essere anche più forti, la crescita vacillerebbe e i fondamentali del credito ne soffrirebbero». Che si tratti di tassi o inflazione, c’è sempre una crescita «buona», da separare da quella «cattiva».

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