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Sovraindebitamento, la crisi amplia i soggetti ammessi

Le persone e le aziende che si trovano in uno stato di sovraindebitamento, ovvero nell’incapacità di ripagare i propri debiti con il reddito ed il patrimonio disponibile, sono in preoccupante aumento, soprattutto a causa della crisi economica conseguente alla pandemia da Covid 19. Proprio per effetto del quadro negativo che si è creato già a partire dal primo lockdown dello scorso anno, il legislatore è intervenuto in favore di micro-imprese, artigiani, liberi professionisti, consumatori e famiglie. Per esempio con l’obiettivo di offrire un aiuto alle fasce più deboli della popolazione, la legge di conversione del c.d. decreto Ristori (dl 137/2020) ha introdotto specifiche norme in materia di «indebitamento familiare», anticipando un istituto innovativo previsto dal Codice della crisi che entrerà in vigore dal 1 settembre 2021. Il nuovo art. 7 bis della legge 3/2012 disciplina la possibilità che i membri di una stessa famiglia possano avviare un’unica procedura di composizione della crisi da sovraindebitamento quando siano conviventi, parenti entro il quarto grado, affini entro il secondo grado, in tutti i casi in cui il sovraindebitamento abbia un’origine comune.

«La legge n. 3/2012, istituita con lo scopo di contrastare gli episodi di usura ed estorsione accentuatisi con la crisi economica iniziata nel 2008», spiega Natascia Alesiani, equity partner di Andersen in Italy, «trova oggi una collocazione più ampia per effetto della crisi pandemica che ha visto intere categorie di professionisti e di privati cittadini ridurre drasticamente i propri redditi e, in molti casi, come conseguenza, a richiedere prestiti per far fronte alle obbligazioni assunte, instaurando così un circolo vizioso che porta a contrarre debiti per ripianare debiti. La possibilità per le persone fisiche e gli imprenditori non aventi i requisiti di fallibilità di proporre un pagamento a stralcio dei propri debiti, anche senza la disponibilità di un patrimonio liquidabile, ma solo con i redditi, presenti o futuri, ha incrementato la richiesta di accesso alle procedure di ristrutturazione dei debiti, come anche riproposte dal decreto Ristori. La norma prevede la possibilità, attraverso un piano sottoposto al vaglio del Tribunale o un accordo con la maggioranza dei creditori o anche attraverso la liquidazione del proprio patrimonio, di esdebitarsi, ovvero reimmettersi nel tessuto economico produttivo, sgravato dalle obbligazioni contratte e non onorate. I maggiori creditori nelle procedure da sovraindebitamento sono rappresentati dalle società finanziarie e dagli istituti di credito che erogano finanziamenti di taglio modesto ma con frequenza elevata, funzionali a soddisfare i bisogni primari del consumatore quali scuola, cure mediche ed esigenze famigliari di vita quotidiana. Il recupero crediti «massivo» è un servizio sempre più richiesto ma trova generalmente un rilevante ostacolo nell’assenza di garanzie reali: con le procedure c.d. di esecuzione collettiva il debitore sovraindebitato ha la possibilità di proporre un soddisfacimento a saldo e stralcio, e sovente per valori anche simbolici, offrendo il patrimonio disponibile».

Ad oggi, la disciplina sul sovraindebitamento, a quasi 10 anni dall’introduzione, sta raggiungendo un’applicazione sempre più diffusa. «Attraverso una proposta di accordo l’ex imprenditore potrà offrire una somma di denaro compatibile con le proprie entrate reddituali e, adempiendo puntualmente il piano, potrà raggiungere il risultato dell’esdebitazione (eliminazione totale delle pendenze debitorie)», prosegue Cesare Di Marco, partner di Tamagnone Di Marco Studio legale, «la legge 18 dicembre 2020, n. 176, di conversione del decreto legge n. 137/2020 ha introdotto importanti novità in materia di sovraindebitamento, con l’obiettivo di semplificare ed agevolare l’accesso alle procedure di cui alla legge n. 3/2012. Per quanto riguarda gli indebitamenti fiscali è stata finalmente introdotta la falcidiabilità dell’Iva, anche a seguito della sentenza n. 245 del 29 novembre 2019 della Corte costituzionale che ha dichiarato l’incostituzionalità dell’art. 7 della legge 3/2012 (che prevedeva appunto la non falcidiabilità dell’Iva) per contrasto con gli artt. 3 e 97 Cost., in quanto di fronte a situazioni omogenee venivano discriminati i soggetti che ricorrevano alle procedure di sovraindebitamento rispetto a quelli che potevano accedere al concordato preventivo (soggetti fallibili). Altra rilevantissima novità in tema di indebitamento fiscale è data dall’inserimento, all’art. 12 della legge 3/2012, del comma 3 quater, che prevede la possibilità che il Tribunale omologhi l’accordo di composizione della crisi anche in mancanza di adesione dell’Amministrazione finanziaria, quando l’adesione è decisiva ai fini del raggiungimento delle percentuali previste dall’articolo 11, comma 2 (60% dei creditori) e quando, anche sulla base di quanto risulta dalla relazione dell’Occ, la proposta di soddisfacimento dell’amministrazione risulti essere conveniente rispetto all’alternativa liquidatoria. Tale novità è dirompente in quanto consentirà al Giudice di omologare una proposta di piano senza il consenso dell’Agenzia delle Entrate anche quando il fisco risulti essere l’unico creditore o il creditore principale del proponente. Inoltre, il comma 2-ter dell’art. 7 ha stabilito che «L’accordo di composizione della crisi della società produce i suoi effetti anche nei confronti dei soci illimitatamente responsabili», risolvendo un’altra incertezza applicativa. Le novità normative in oggetto hanno accolto anche un’altra esigenza che si riscontrava spesso nella prassi prevedendo al nuovo art. 7-bis la possibilità per i componenti del medesimo nucleo familiare (il coniuge e i parenti entro il quarto grado e gli affini entro il secondo grado, nonché le parti dell’unione civile e i conviventi di fatto di cui alla legge n. 76/2016) di presentare un’unica procedura di composizione della crisi da sovraindebitamento quando sono conviventi o comunque quando il sovraindebitamento ha avuto un’origine comune. Altra importante novità è data dalla previsione secondo cui la cessione preventiva del quinto dello stipendio, o il suo pignoramento, non saranno opponibili alla procedura».

Il 2021 è iniziato con rilevanti novità in materia di Npl-Npe. «Il 1° gennaio è infatti entrata in vigore la nuova definizione di default con criteri più restrittivi di classificazione dei crediti non performanti: con soglie più basse per i tempi di pagamento e una diversa modalità di calcolo dei giorni di scaduto, sempre più soggetti finiranno in lista nera», spiega Nicola Traverso, senior associate dello studio Lexant, «sarà forte l’impatto sul sistema creditizio italiano, proprio ora che gli istituti bancari si preparano ad affrontare una vera ondata di crediti deteriorati a causa della pandemia (+70% circa tra epoca pre-Covid e post-Covid). Ad essere coinvolte saranno anche le amministrazioni pubbliche, perché la loro lentezza nei pagamenti mal si concilia con le nuove regole adottate. Quanto alle insolvenze, dopo una fisiologica riduzione nel 2020 (dovuta soprattutto alle eccezionali misure di sostegno del Governo), ci si attende un effetto rimbalzo già dall’autunno 2021 e poi un forte aumento nel 2022-2023. In questo scenario si dovrebbe innestare l’entrata in vigore della Riforma fallimentare, che però da più parti si chiede di far slittare ancora, per timore di un suo impatto sulle imprese ulteriormente depressivo. Secondo noi il Governo, superata la fase acuta dell’emergenza sanitaria, potrebbe valutare un’iniziale applicazione della Riforma a geometria variabile, tenendo conto che la crisi post-Covid non colpirà tutti i settori economici nella stessa misura e che proprio ora le procedure da sovraindebitamento a tutela di piccoli imprenditori e privati avrebbero bisogno di un rinnovato impulso».

Secondo Mascia Cassella, name partner dello Studio Masotti Cassella, «il bilancio a un anno dalla pandemia rimane non positivo e la salute finanziaria delle imprese ha pesantemente risentito del crollo del fatturato per il blocco delle attività, della riduzione della domanda così come anche del rallentamento del ciclo degli incassi. In una situazione di scarsa liquidità, senza sostegni reali e concreti che possono favorire una rapida ripresa, le aziende non hanno un cash flow sufficiente per far fronte alla mole di debiti accumulata e noi siamo vicine a molte che stanno per avviare nuove procedure concorsuali, davvero in tutta Italia. Questa è la fotografia della situazione attuale, testimoniata anche dalle diverse operazioni di ristrutturazione aziendale che stiamo seguendo per aiutare le imprese a ripristinare un equilibrio economico-finanziario e reagire alla crisi».

In base ai dati della Banca d’Italia, nonostante il Covid, anche nel 2020 è proseguito il calo dello stock di crediti deteriorati (NPLs) accumulati dalle banche, che includono, oltre alle posizioni in sofferenza, anche situazioni di difficoltà del debitore meno accentuate, come i crediti scaduti e le inadempienze probabili. Tale calo è dovuto ad operazioni di dismissione dei crediti da parte delle banche e alla riduzione dei flussi di nuovi prestiti entrati in default, dando seguito a un trend iniziato nel 2016. A partire dal 2021, tuttavia, al termine degli effetti di contenimento delle moratorie e delle altre misure eccezionali adottate dalle autorità di vigilanza e dal governo, questa lunga fase di miglioramento si interromperà. «Secondo l’Outlook Abi-Cerved sui crediti deteriorati, pubblicato a febbraio 2021, si prevede nel 2021 un’impennata dei nuovi flussi, dovuta ad un aumento dei default delle aziende, con conseguente rialzo della rischiosità del credito», spiega Anna Porcari di Lca Studio Legale, «gli Npls (e gli Utp, Unlikely-to-pay) saranno così il tema scottante dei prossimi mesi per i bilanci delle banche. Ancorché l’attuale congiuntura da Covid suggerisca un approccio prudente all’andamento di breve periodo, per via della limitata visibilità del contesto, è inequivocabile che il Sistema creditizio italiano, per raggiungere i target ratio gross Npl/Impieghi indicati dagli Organi di Vigilanza europei, dovrà avviare operazioni di dismissione. Nella sostanza, la crisi scatenata dalla pandemia sul sistema produttivo italiano porterà con sé necessariamente un consolidamento del settore degli Npls e, con esso, del recupero crediti massivo. Sempre secondo l’Outlook Abi-Cerved sui crediti deteriorati, gli impatti più significativi interesseranno le aziende di media dimensione e le imprese operanti nei servizi, settore particolarmente colpito dalla pandemia. Non è trascurabile neppure l’impatto che ciò genererà sull’andamento del mercato del lavoro a fronte della progressiva normalizzazione dei provvedimenti a sostegno dell’occupazione. Cassa integrazione e licenziamenti sono peraltro già solo alcune delle ragioni che nel tempo della pandemia stanno portando quote sempre più rilevanti di cittadini oltre l’indebitamento sostenibile. Oggi più che mai si avverte dunque la necessità di agevolare e semplificare anche l’accesso alle procedure di sovraindebitamento, che ricordiamo essere state introdotte con la Legge n. 3/2012 detta anche «Salva suicidi», sia per imprese che per consumatori».

Ci sono difficoltà dunque nel recupero dei crediti. «Come fiduciari di importanti aziende che operano, tra l’altro, nei settori della moda e del mobile, abbiamo maturato una significativa esperienza in materia di tutela del credito su scala nazionale», afferma Merika Carigi, associate dello studio legale Chiarini, «Ovviamente i servizi legali in questo ambito mirano al recupero integrale, ma una corretta gestione delle azioni esecutive è necessaria anche per conseguire i benefici fiscali derivanti dalle perdite su crediti, considerato peraltro che l’Agenzia delle entrate tende a contestare, talvolta pretestuosamente, la loro effettiva inesigibilità. In questo contesto, l’attuale disciplina dell’esecuzione mobiliare non è sempre d’ausilio per il creditore. Una criticità fra tutte riguarda gli Istituti per le vendite giudiziarie, cui spetta una percentuale (pari al 18%) sul prezzo ricavato dalla vendita dei beni pignorati, e una percentuale inferiore (8 o 5%) in caso di estinzione della procedura. Quest’ultima percentuale, però, si calcola sul valore dei beni stimato in sede di pignoramento, che è sempre di gran lunga superiore al prezzo effettivo di vendita, con la conseguenza – davvero paradossale – che all’Ivg vengono riconosciuti compensi più elevati in caso di esito infruttuoso piuttosto che di buon fine dell’esecuzione. È chiaro che, così stando le cose, l’Ivg non sia più di tanto incentivato a prodigarsi per la vendita».

Nell’ultimo quadriennio si è registrato un aumento esponenziale dei procedimenti di regolazione del sovraindebitamento previsti dalla legge 3/2012, che sono triplicati nel periodo 2017-2019. «La gestione massiva del recupero del credito da parte di soggetti terzi specializzati, incaricati dai creditori bancari originari, ha favorito, soprattutto nel settore dei c.d. small ticket, tale processo, garantendo maggiore celerità nel processo decisionale e inclinazione a soluzioni transattive idonee a ottimizzare costi e tempi del recupero», prosegue Daniela Sorgato, socia responsabile del dipartimento di Restructuring & Insolvency di Cba per le sedi di Milano e Padova, «Il numero dei procedimenti è poi aumentato ulteriormente nel 2020, in concomitanza con la crisi economica conseguente alla pandemia, soprattutto con riferimento alle procedure di tipo liquidatorio, che si rivelano ormai diffuse tanto quanto gli accordi di ristrutturazione del debito e i piani del consumatore. Il trend sembra peraltro destinato a proseguire. Nell’ottica di favorire il superamento della crisi economica, infatti, con la legge 176/2020 di conversione del dl 137/2020, il legislatore ha anticipato l’entrata in vigore, già programmata per il 1° settembre 2021, della parte della disciplina della crisi da sovraindebitamento contenuta nel codice della crisi d’impresa, introducendo nel contempo anche le c.d. «procedure familiari» e la possibilità di esdebitazione per la persona fisica meritevole, anche se totalmente incapiente. Lo spirito è quello di agevolare l’esdebitazione in tempi rapidi e a spese contenute, così da consentire un fresh start, nell’interesse dei singoli debitori e dell’intero tessuto economico, che dopo la pandemia dovrà necessariamente essere ricostruito».

Uno sguardo anche al mondo agricolo, che da alcuni anni soffre di scarsa redditività e della rilevante necessità di capitale investito, per l’effetto molte imprese affrontano forti tensioni finanziarie che in taluni casi sfociano in situazioni di crisi, se non di insolvenza. «D’altro canto, le imprese del settore rappresentano i candidati ideali per una ristrutturazione «governata», proprio perché l’etica e la prudenza nelle scelte gestionali che connotano gli imprenditori agricoli li rende particolarmente presentabili presso gli organi competenti (Occ e Tribunali)», spiega Renato Bogoni, partner dello Studio Bogoni, «allo stesso tempo, tuttavia, la limitata dimensione delle imprese agricole e l’assenza di un impianto contabile adeguato rendono difficile predisporre piani aziendali di ristrutturazione. Considerato ciò, mentre per le imprese più piccole si dovrà comunque basarsi sugli strumenti contabili aziendali, ordinando tutte le informazioni economico finanziarie disponibili, per le imprese di maggiore dimensione non si potrà prescindere da una preliminare implementazione di un sistema contabile strutturato: questo dovrà essere idoneo a supportare la predisposizione della riorganizzazione finanziaria e a verificare day by day i risultati raggiunti e la loro conformità al piano economico finanziario predisposto. D’altro canto, proprio la solidità dei dati presentati alle banche, corroborata dall’attestazione di un professionista qualificato, può consentire di recuperare la fiducia dei finanziatori e di attingere ad un rinnovato supporto finanziario, senza il quale spesso il progetto di ristrutturazione potrebbe non essere utilmente perseguibile».

In questo contesto non può mancare un approfondimento sul mondo immobiliare. Sono sempre più frequenti i casi di proprietari che si ritrovano all’asta la propria abitazione perché non sono riusciti a far fronte al pagamento di rete del mutuo o altri prestiti. «La «legge salva casa» è una normativa che dovrebbe evitare che la casa finisca all’asta svenduta a meno della metà del suo valore», spiega Mirko Frigerio, fondatore e vicepresidente esecutivo Npls Re Solutions e presidente del Centro Studi AstaSy Analytics, che fornisce consulenza a numerosi studi legali, «In realtà, anche a causa di un sistema giudiziario poco efficiente, accade più spesso che la casa rimanga in asta per oltre cinque anni, lasciando il proprietario indebitato e la banca che probabilmente si aggiudicherà meno della metà dei soldi che ha sottoscritto come mutuo. Un sistema quindi che, già alla base, non funziona. Nel 2019, secondo i dati del Centro Studi AstaSy Analytics di Npls Re_Solutions, c’era una casa all’asta ogni 114 famiglie, 560 immobili finivano all’asta ogni giorno. Come è possibile? Ancora oggi la prima fonte di certezza per un istituto di credito che concede un finanziamento è la busta paga. Si considera da quanto tempo un soggetto è assunto e se è a tempo determinato o indeterminato, se si tratta di un libero professionista si considera lo storico negli anni e si analizza poi il grado di rischio del settore (oggi viene considerato rischioso finanziare un ristoratore, negli anni 2009-2012 era considerato rischioso finanziare chi lavorava nell’edilizia). Ciò significa che l’erogabilità di un finanziamento si basa sullo status quo delle entrate presenti basandole sulla storicità del passato, ma lasciando un grosso punto di domanda sul futuro. Con la rateizzazione di qualsiasi cosa, oggi è però possibile avere accesso a più finanziamenti contemporaneamente. La famiglia media italiana quindi, con due buste paga da 2 mila e 1.500 euro nette al mese, e con un mutuo a tassi bassi ma lungo 30 anni, si trova ad avere più rate mensile a cui far fronte (macchina, pay tv, …..). La liquidità media sui conti correnti italiani è secondo l’Istat di circa 20 mila euro. Ciò significa che una famiglia avrebbe la capacità di supportare il tenore delle rate descritte solo per poco più di un anno. Forse la soluzione non è solo fare delle leggi che tutelino chi si è iper-indebitato, ma educare le persone alla spesa».

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