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Sotto inchiesta i bond municipali Usa

Le autorità americane, accanto al Libor, hanno acceso i riflettori su un altro vasto «angolo» dei mercati finanziari a rischio di manipolazione: i «muni bond», i titoli emessi negli Stati Uniti da municipalità e Stati. Sotto osservazione è finito l’indice Municipal Market Data, MMD Index, i cui tassi servono da benchmark, da riferimento per obbligazioni e derivati stimati in tremila miliardi di dollari. Il Municipal Securities Rulemaking Board, l’organismo di autoregolamentazione del settore, ha messo nero su bianco esplicite riserve «sulla trasparenza» di alcuni indicatori ampiamente utilizzati quali MMD. E davanti alla presa di posizione Thomson Reuters, che controlla Municipal Market Data, ha fatto sapere di essere «impegnata in discussioni» su questi tassi con le authority.
Il rischio, stando a indiscrezioni raccolte dal New York Times, è anche in questo caso – come nella bufera sul Libor – quello di irregolarità e manipolazioni da parte delle banche, che ricoprono un ruolo dominante nelle transazioni sui muni bond. MMD fornisce un popolare indice quotidiano sul prezzo dei bond di miglior qualità, quelli giudicati tripla A, del quale le banche si servono quale base per stabilire il costo di nuove emissioni e di swap per conto delle località. Modifiche ad arte di questi indici, sospettano gli inquirenti, possono avvantaggiare alcune banche e danneggiare le amministrazioni locali.
Le polemiche sul mercato delle emissioni municipali, in realtà, non sono le prime. Soltanto nei giorni scorsi sono finiti sotto processo tre ex banchieri di Ubs: avrebbero dirottato operazioni a favore di specifici istituti in cambio di bustarelle. E la Sec ha in preparazione un complessivo progetto di riforma e controllo del mercato, che si è sviluppato enormemente negli ultimi decenni ma è considerato ancora troppo «opaco e illiquido». Municipal Market Data, in particolare, è in attività dal 1980.
Mentre si apre la nuova pista d’indagine, si susseguono anche gli sviluppi dell’ormai sempre più ampia inchiesta sul Libor, che influenza un mercato ben più vasto pari a centinaia di migliaia di miliardi di dollari al mondo, dai derivati ai mutui e ai prestiti auto. Dopo Barclays un’altra grande banca, Royal Bank of Scotland, si appresta a raggiungere un accordo con le autorità americane e internazionali. Il patteggiamento potrebbe costare una salata multa e forse la testa del suo amministratore delegato, Stephen Hester, che ha finora guidato il risanamento d’un istituto travolto dalla crisi del 2008. Rbs rappresenta un caso particolarmente delicato perché il governo di Londra ha tuttora una quota dell’83% nell’istituto. Barclays, da parte sua, aveva accettato di pagare circa 450 milioni di dollari e il suo amministratore delegato, Bob Diamond, aveva rassegnato le dimissioni.
Tra gli istituti toccati dal caso, invece, Deutsche Bank al termine di un’indagine interna ha concluso che nessun esponente del management board ha agito in modo improprio, ma ha ammesso che alcuni membri del personale abbiano agito «a titolo personale» senza rispettare gli standard etici della banca. L’istituto ha anche reso noto di essere al centro di almeno una azione legale per danni negli Stati Uniti. Oltre una dozzina di banche globali, compresi giganti americani del calibro di JP Morgan e Citigroup, restano inoltre nel mirino delle authority e non solo. Numerosi investitori, infatti, hanno messo in moto la macchina legale per chiedere risarcimenti a colpi di decine di ricorsi che potrebbero tradursi in class action, grandi azioni legali collettive. Nei giorni scorsi una piccola banca newyorchese, Berkshire Bank, si è rivolta al tribunale chiednendo i danni a 15 colossi bancari per il “rate fixing”.

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