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Sotto il faro Bce 200 banche europee

«Si tratta di un primo passo verso l’unione bancaria». Il commissario al mercato unico, Michel Barnier, va dritto al sodo. L’accentramento della vigilanza bancaria alla Bce porterà alla fine al vero obiettivo: far giocare almeno le principali banche europee sullo stesso campo da gioco, con lo stesso arbitro e con le stesse regole. La rivoluzione della vigilanza riguarderà circa 200 istituti di credito nel Vecchio continente, cioè quelli che possono vantarsi di avere attivi totali maggiori di 30 miliardi di euro.
In Italia la svolta riguarderà – secondo i calcoli di R&S Mediobanca – 15 istituti, e potenzialmente altri 4 che hanno attivi poco sotto la soglia dei 30 miliardi. Per loro il cambiamento potrebbe veramente essere radicale: perché avendo un unico ente vigilante (la Bce), e andando verso una maggiore uniformità delle regole, prima o poi il campo da gioco sarà veramente livellato. Ecco alcuni esempi concreti.
Il legame Stato-Paese
Il principale beneficio della vigilanza unica riguarda i meccanismi di salvataggio delle banche. Fino ad oggi a farsi carico degli aiuti sono stati gli Stati. È così che il debito pubblico irlandese è salito dal 25% del Pil del 2006 al 106% del 2001: dovendo salvare le banche, lo Stato si è infatti zavorrato di debito. Allo stesso modo è lievitato il debito portoghese (dal 64% al 108% del Pil), quello spagnolo (dal 40% al 69% del 2011) e in parte quello greco.
Quando la vigilanza unica sarà operativa (e in certi casi anche prima) sarà invece il fondo europeo salva-Stati Esm a ricapitalizzare direttamente le banche, senza più gravare sui bilanci statali. Questo permetterà di spezzare il legame perverso tra Stati e banche. Se questo meccanismo fosse esistito negli anni passati, non saremo qui a parlare di crisi irlandese e in parte spagnola. La speranza è di non parlarne mai più in futuro.
Banche più “liquide”
La vigilanza unica, secondo alcuni addetti ai lavori, potrebbe aiutare l’Europa anche in un altro settore: il mercato interbancario. Si tratta di quel mercato sul quale le banche si prestano soldi quotidianamente l’una con l’altra. O meglio, si prestavano: da quando è iniziata la crisi finanziaria, infatti, l’interbancario si è prosciugato e si è chiuso all’interno dei confini di ogni singolo Paese. Ormai le banche si scambiano pochi fondi l’una con l’altra e quando lo fanno si limitano ad operare con gli istituti del proprio Paese, riducendo all’osso i finanziamenti oltreconfine.
Il motivo principale, anche se non l’unico, è che le banche tendono a fidarsi poco delle concorrenti di altri Stati. Soprattutto di quelle dei Paesi più deboli, come l’Italia. Qui la vigilanza unica potrebbe aiutare: sapendo che tutti i principali istituti del Vecchio continente hanno lo stesso arbitro, la fiducia reciproca potrebbe aumentare. Non mancano infatti, nella cronaca degli ultimi anni, casi in cui le Autorità dei singoli Paesi hanno dato l’impressione di chiudere un’occhio sui problemi degli istituti locali.
L’ultimo caso riguarda Deutsche Bank: qualche giorno fa è emerso che l’istituto tedesco avrebbe omesso nei bilanci, tra il 2007 e il 2009, perdite potenziali sui derivati fra i 4 e i 12 miliardi di dollari. Anche se la notizia ha ottenuto la secca smentita, ha sollevato ugualmente in linea teorica il problema della supervisione: in casi di questo tipo, la vigilanza europea potrebbe rivelarsi più efficace di quella locale? Impossibile saperlo. È lecito però sperare che possa diminuire quella “sudditanza” che a volte le Autorità sembrano avere nei confronti delle banche nazionali.
La babele delle regole
C’è poi il tema delle normative differenti. Uno dei temi su cui le banche europee giocano con regole diverse è quello che riguarda i crediti di dubbio recupero. Si tratta – calcola PricewaterhouseCoopers – di una montagna che in Europa a fine 2011 valeva mille miliardi di euro. Il problema oggi è che ogni Paese impone alle banche regole diverse per la contabilizzazione di questi crediti, e dunque per calcolare le perdite in bilancio. Per esempio in Italia entrano nel concetto di crediti deteriorati anche i finanziamenti cosiddetti «ristrutturati». All’estero no. Questo ha un impatto molto concreto: fa aumentare la montagna dei crediti dubbi in Italia, rispetto agli altri Paesi europei, di circa il 10%. Semplicemente perché da noi si include una tipologia di crediti che nel resto d’Europa è esclusa.
Questo è solo uno dei tanti esempi di divergenze. Calcola Mediobanca in uno studio recente che se in Europa si applicassero criteri omogenei per contabilizzare i crediti deteriorati, si avrebbe un aumento della montagna totale di 105 miliardi: crescita che sarebbe concentrata – secondo lo studio – in Gran Bretagna, Spagna e Francia. La vigilanza unica, in seno alla Bce, potrebbe dunque contribuire a livellare queste differenze: anche se le regole dovessero restare immutate, la loro interpretazione da parte di un’unica autorità potrebbe secondo alcuni esperti tendere a livellarle.

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