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Sostenibilità? Un test per dirlo

Gestire bene la propria impresa favorisce l’efficienza economica e la crescita, aumentando la fiducia degli investitori e, quindi, la disponibilità di risorse e talenti migliori e di capitali a condizioni più favorevoli. Ma cosa vuol dire «buona governance» e quindi, appunto, buona gestione? Il mio agire da amministratore unico o manager è efficace? A rispondere ci pensa un algoritmo. È stato ideato, infatti, principalmente per le imprese non quotate il tool gratuito di autovalutazione Diagnostico Corporate Governance – Sustainable Governance Assessment for Private and Family Business, più semplicemente «Diagnostico Corporate Governance», basato su un algoritmo che elabora e fornisce i profili di adeguatezza della governance, in funzione della complessità proprietaria e societaria. Il progetto è nato per stimolare il confronto su questi temi, ancora debole in Italia, con un focus sulle imprese non quotate, in modo tale da colmare il gap su un aspetto che, sino a oggi, si è sviluppato soprattutto con riferimento alle società a proprietà diffusa o regolamentate. Lo strumento di analisi rappresenta il frutto del lavoro di un team multidisciplinare, coordinato da Fabrizio Acerbis, managing partner dello studio PwC Tls avvocati e commercialisti, uno tra i principali studi legali italiani member firm del network internazionale PwC Tls; e Alessandro Minichilli, professore ordinario dell’Università Bocconi e direttore corporate Governance Lab, Sda Bocconi, composto da professionisti dello studio e da docenti di Sda Bocconi. Il tool è raggiungibile al link https://diagnosticocg-preprod.ds.digitalsuite.pwc-tls.it/landingpage.

Le quattro aree di valutazione. L’applicazione informatica prende le mosse dalle informazioni raccolte da un imprenditore rispondente e, attraverso l’elaborazione di un algoritmo dinamico e adattivo nel tempo, in funzione delle risposte anonime che verranno elaborate dall’algoritmo stesso, lo strumento di valutazione Diagnostico Corporate Governance restituisce profili di adeguatezza della governance, in funzione della complessità proprietaria e societaria, in relazione a quattro aree quali: la governance proprietaria, la governance societaria, i presidi di conformità, Esg (Environmental, social, governance). Le tre lettere dell’acronimo Esg, in particolare, si riferiscono alle parole inglesi: Environmental, che riguarda l’impatto su ambiente e territorio; Social, che comprende invece tutte le iniziative con un impatto sociale; Governance, che riguarda aspetti più interni all’azienda e alla sua amministrazione. Parliamo quindi di quei criteri che permettono di misurare le capacità delle imprese nell’aderire a quegli standard considerati necessari per uno sviluppo sostenibile ed etico.

Come funziona. Lo strumento digitale richiede di rispondere a una serie di domande contenute in quattro sezioni, corrispondenti alle quattro aree prima citate. Le sezioni sono precedute da una sezione «anagrafica» nella quale è richiesta una serie di dati che guidano la compilazione. Come sottolineano i progettisti, la qualità delle valutazioni offerte dal tool è influenzata dal ruolo ricoperto dal compilatore all’interno della società. Pertanto, è bene che le risposte siano fornite direttamente dal soggetto apicale, ossia l’imprenditore stesso o l’amministratore esecutivo nel caso delle società. Il tool genera, quindi, un rapporto di autovalutazione, ottenuto sulla base di una ponderazione delle risposte fornite.

L’importanza dei fattori Esg e della corporate governance. Secondo il parere degli esperti, il fallimento che si registra in tanti casi in cui avviene il ricambio generazionale, anche a causa della debolezza della governance, e l’ancora diffusa presenza di amministratori unici costituiscono indicatori che rivelano quanto ancora troppo debole in Italia sia la riflessione su tali temi. Infatti, seppure si assista a una sempre più corposa diffusione di principi e di pratiche di buona governance, l’applicazione pratica procede ancora a rilento e secondo un approccio orientato più verso la compliance rispetto alle scelte strategiche, sottovalutando spesso l’importanza della valutazione contestuale dei rischi emergenti, del conseguente disegno ottimale del consiglio di amministrazione, del top management team e della loro dialettica con gli altri organi aziendali e del loro rinnovamento nel tempo. Peraltro, come sottolineano gli analisti, una governance efficace sta diventando sempre più uno strumento chiave per garantire la crescita sostenibile delle imprese nel lungo periodo, rafforzando la relazione di fiducia tra istituzioni, mercati, società e persone. In particolare, i fattori Esg (Environment, Social, Governance) influenzeranno in misura sempre più rilevante la capacità delle imprese private di accedere al mercato in termini di risorse finanziarie, di accesso ai consumatori e agli altri stakeholder, nonché potenzialmente in termini di capacità di usufruire di incentivi e, in generale, di darsi un assetto funzionale alla continuità aziendale. I cambiamenti climatici, lo sfruttamento delle risorse, l’inquinamento atmosferico, i rifiuti solidi e la disponibilità di materie prime rappresentano le principali priorità di investimento delle aziende per affrontare i problemi in ambito ambientale. Ma l’attuazione e il ridimensionamento dei piani d’azione costituiscono gli ostacoli che molti manager devono gestire. Così come rivelano i risultati del recente studio «Migliorare l’ambiente su scala planetaria: un’indagine sui fattori e le iniziative business», realizzato da Sap, che esplora le azioni che le imprese stanno compiendo per migliorare l’ambiente e le sfide che devono affrontare. In base agli esiti della ricerca, la ragione di fondo che spinge un’azienda a investire in progetti per la tutela dell’ambiente per il 29% risiede nelle normative che regolano il proprio settore, per il 27% nella crescente approvazione del mercato verso il proprio brand e infine per il 26% del campione nei rischi sulla reputazione aziendale.

La centralità della governance. A giudizio degli esperti, appare non più differibile valutare non solo la sostenibilità sociale e ambientale delle imprese, di cui si parla in maniera sempre più diffusa, ma anche la sostenibilità della governance proprietaria e societaria che costituisce certamente precondizione per un pieno posizionamento Esg delle imprese stesse. Quindi, per quanto i temi Esg, in senso ampio, siano oggetto di crescente attenzione da parte delle diverse categorie di stakeholder, dagli investitori istituzionali ai regolatori, dai partner internazionali alle banche finanziatrici, dai mercati regolamentati alla stampa finanziaria, è altrettanto importante ribadire la centralità della governance nell’attivare il meccanismo virtuoso di sostenibilità ambientale, sociale e continuità dell’impresa e del business. In tal senso, secondo gli esiti dello studio di EY «Seize the change: futuri sostenibili» (si veda ItaliaOggi Sette del 15/2/2021), se la maggior parte delle aziende risulta impegnata sui temi legati alla sostenibilità in ambito strategico, solo una minoranza si è strutturata con target quantitativi di medio – lungo periodo. Solo il 23% delle aziende ha definito anche le relative tempistiche per il raggiungimento di tali obiettivi. Per un terzo delle aziende l’impatto della pandemia fungerà, però, da acceleratore per una transizione verso modelli maggiormente sostenibili che valorizzeranno e proteggeranno il capitale umano, la gestione dei rischi e lo sviluppo delle comunità e del territorio. Nello specifico, il climate change costituisce la tematica più sentita dalle aziende italiane: l’84% delle aziende dispone di un piano industriale che contiene azioni di mitigazione o di adattamento ai cambiamenti climatici, per il 63% delle aziende le attività di contrasto ai cambiamenti climatici continueranno senza particolari problemi o ridimensionamenti nonostante la pandemia, mentre nel 21% dei casi le aziende prevedono di accelerare e rafforzare le proprie azioni. Ma nonostante l’impegno sia in considerevole aumento, il numero di aziende che attualmente definisce target quantitativi di decarbonizzazione appare ancora limitato. Infatti, solo l’8% delle aziende ha un piano strategico che prevede azioni e investimenti per il raggiungimento della neutralità climatica e un ulteriore 24% ha già intrapreso un percorso di decarbonizzazione sostenuto seppure non correlato a target quantitativi di neutralità climatica. Il 68% non considera attualmente la neutralità climatica all’interno dei piani industriali.

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