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«Sosteniamo la crescita della banca Sì a un polo italiano nella finanza»

Francesco Profumo, 63 anni, preferisce non usare il pronome «io» quando si parla della partita a scacchi fra Intesa Sanpaolo e le Generali perché — dice — vede l’ente che lui stesso presiede come un investitore «istituzionale e paziente». La Compagnia di San Paolo è primo azionista della banca leader in Italia, con una quota del 9,34%. È naturale che in questi giorni segua con attenzione le mosse che possono portare a uno spostamento degli equilibri nel sistema finanziario nazionale.

Che impressione si è potuto fare delle ipotesi di un’integrazione, diretta o meno, fra Intesa Sanpaolo e le Generali?

«Com’è noto, noi non siamo abituati a interferire nelle attività della banca e intendiamo attenerci a questa regola anche in questo caso».

Ma siete azionisti di rilievo, avrete un’opinione.

«Abbiamo totale fiducia nel management e siamo assolutamente a favore delle strategie di crescita della banca».

Su Generali si parla molto di difesa dell’italianità. Per Intesa Sanpaolo, presente in Europa e regolata dall’Europa, ha senso porsi un problema del genere?

«Una banca europea, che beneficia dell’apertura di altri Paesi d’Europa nei suoi confronti ed è basata in un Paese, è e deve rimanere aperta a investitori dal resto d’Europa. Un’altra questione è auspicare, legittimamente, che esista una solida base finanziaria del Paese nel quale questa banca è basata. Le due cose non sono in contraddizione fra loro».

Avete appena presentato le linee programmatiche della Compagnia fino al 2020, con 600 milioni di euro dedicati alle attività istituzionali. Quali sono i grandi obiettivi?

«Poiché stiamo parlando di 150 milioni l’anno da erogare per ciascuno dei prossimi quattro anni, una premessa è d’obbligo: anche solo un guadagno di efficienza in percentuali a singola cifra ci permetterebbe di recuperare decine di milioni di euro. Può essere un moltiplicatore di risorse non da poco. L’efficienza dei progetti che sosteniamo è dunque un obiettivo generale da seguire».

Come pensate di impiegare queste risorse?

«Ci siamo dati tre direttrici: educazione e formazione; innovazione sociale, culturale o tecnologica; e sviluppo umano, del territorio e delle opportunità di lavoro. Ora più che mai c’è bisogno di progredire su tutti e tre questi fronti nel nostro spazio geografico di riferimento, il Nord Ovest. Aumenta il numero degli anziani bisognosi di servizi e nel frattempo si sono persi quattro punti di crescita rispetto a Milano. Siamo vicini alle medie del Paese, non nella parte più dinamica».

L’idea sottostante della Compagnia è di intervenire in supplenza di risorse pubbliche sempre più limitate?

«Senz’altro in un momento di difficoltà della finanza pubblica, c’è una domanda crescente sia di servizi tradizionali che di investimenti innovativi. Possiamo rispondere in entrambi i casi e, in una certa misura, possiamo assicurare una cabina di regia o contribuire a far sì che ne nasca una. È il momento di andare un passo oltre la tradizionale attività filantropica, fatta di contributi a fondo perduto».

Intendete abbandonarla?

«Niente affatto. Ma con le nostre conoscenze e competenze possiamo anche partecipare attivamente ai processi di gestione di certi progetti, anche con la finanza d’impatto».

Esempi concreti?

«Prenda il social housing, l’offerta di nuovi appartamenti per coloro che non se li possono permettere. Quest’attività resta centrale per noi. Ma accanto alla filantropia classica, possiamo partecipare allo sviluppo dei progetti assieme alle imprese. Nel social housing di solito il rendimento è un po’ inferiore a quello di mercato, ma possiamo incentivarlo se siamo presenti in questa fase. Raggiungiamo così due obiettivi per il territorio, uno sociale e l’altro di sviluppo economico».

Come pensate di sostenere l’innovazione?

«La Commissione Ue ha creato un modello interessante: ha fatto stimare l’impatto dei fondi per la ricerca negli ultimi programmi pluriennali, e si è visto che i ricercatori europei hanno recuperato terreno sui giapponesi o gli americani. Quindi ha stimato l’impatto in innovazione industriale, e qui le distanze sono rimaste invariate. Dobbiamo dividere bene e organizzare la catena della conoscenza. E cercare di far sì che poi gli innovatori, dalle start up alle imprese mature, interagiscano con le università, con le altre aziende e con la finanza».

Federico Fubini

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