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Sostegni utili durante la crisi, ma non siano permanenti

«Se il 2020 è stato un anno complesso, però estremamente sfidante, il 2021 può rappresentare l’anno del salto quantico dal punto di vista dimensionale». Ne è convinto Stefano Colli Lanzi, fondatore e ceo di Gi group, mentre ragiona su quanto è accaduto in questi ultimi mesi e sulle prospettive del gruppo che ha fondato 23 anni fa, quando, ricorda «volevamo, attraverso il lavoro temporaneo, contribuire a rendere il mercato del lavoro migliore con persone e aziende più soddisfatte. Questo scopo si è consolidato nel tempo e si è allargato. Da allora abbiamo fatto 40 acquisizioni e oggi siamo presenti in 28 paesi: copriamo in modo rilevante tutta l’Europa, il Brasile, la Cina, l’India e siamo presenti anche con un avamposto negli Stati Uniti. Siamo prossimi a raggiungere la soglia dei 5000 dipendenti e ancora adesso abbiamo una campagna di assunzioni che, solo in Italia, porterà a bordo 300 persone. Attorno al lavoro temporaneo abbiamo via via sviluppato una serie di servizi di ricerca e selezione, formazione e consulenza che sono diventati parte integrante di un’unica value proposition».

Tutto questo ha una sua traduzione fisica che sarà sempre più visibile e consentirà ad aziende e candidati di fare una nuova customer experience. La filiale fisica piccola, con la digitalizzazione dei servizi e della firma, evolverà verso un hub, meno su strada, più grande, dove il lavoratore e l’azienda possono trovare tutti i servizi offerti, dalla ricerca e selezione alla formazione. Il palazzo del lavoro di Milano di Gi group è concepito in questo modo, così come le nuove sedi, da Bologna, a Torino, Roma, Napoli, Padova. «Ci sono mercati del centro Europa e del sud Europa dove anche persone poco qualificate dal punto di vista della professione, dai blue collar agli operatori della logistica, oggi vengono ricercati e trovati attraverso strumenti digitali. Il grande centro di ritrovo è diventato il web. Poco prima della pandemia stavamo digitalizzando i processi di contrattualizzazione ed eravamo arrivati al 40-45 % dei lavoratori contrattualizzati. Adesso siamo passati al 95% e da qui non torneremo indietro».

Guardando all’anno passato e alle prospettive, il 2020 di Gi group si è chiuso con un fatturato di 2,5 miliardi di euro, distribuito metà sull’Italia e metà sul resto del mondo e un Ebitda di 65 milioni di euro. Il 2021 il gruppo conta di chiuderlo con 3,5 miliardi di fatturato, dove il resto del mondo diventerà predominante sull’Italia, e un Ebitda di 100 milioni di euro. «Siamo molto orgogliosi del processo di maturazione della nostra organizzazione durante la crisi – osserva l’imprenditore -. Da giugno 2020 abbiamo fatto 6 acquisizioni che hanno da un lato consolidato la presenza di Gi group in Brasile, Spagna e Polonia, ma anche acquisizioni che ci hanno consentito di estendere le nostre competenze soprattutto nella tecnologia per il sourcing dei candidati, attraverso un’azienda acquisita nella Silicon Valley e un job aggregator».

Il periodo più difficile per le agenzie sembra essere alle spalle. Colli Lanzi lo colloca «da marzo a giugno del 2020 quando abbiamo dovuto affrontare il crollo verticale di alcuni settori e il lavoro in questa condizione di chiusura generalizzata. Quel che è importante è che le difficoltà possono trasformarsi in opportunità e nel nostro caso hanno fatto fare a tutta l’organizzazione un salto di maturità molto importante. A un anno di distanza la fotografia è però completamente cambiata e oggi siamo in pieno rebound (rimbalzo, ndr)». Guardando ai settori, in Italia, durante la crisi c’è stata una crescita esponenziale della logistica, così come della sanità e della farmaceutica che sono andati bene, mentre hanno sofferto il retail, la moda, il turismo. «Il manifatturiero – interpreta Colli Lanzi – sta affrontando un’evoluzione epocale. Pensiamo all’automotive che va verso tecnologie diverse, motori ibridi, e quindi sta portando anche alla trasformazione di intere filiere dei fornitori. Ma mi aspetto, con le riaperture, un rimbalzo importante nella moda, nella ristorazione, nell’horeca a 360°. Cruciali sono diventate tutte le professioni che ruotano intorno all’informatica, soprattutto adesso che molta parte dell’attività di vendita e customer care è digitalizzata. Le persone si sono abituate a vedere che la consegna a casa è possibile e comoda e si orienteranno così anche in futuro perché questo consente di dedicare più tempo a lavorare o a fare cose che divertono».

Le agenzie gestiscono flessibiltà e possono dare un contributo anche alla stabilizzazione delle persone. Sicuramente all’ingresso nei canali del lavoro regolare. Il loro ruolo è cresciuto con l’incertezza delle prospettive un po’ ovunque. «Questa crisi ha toccato tutti i paesi in modo omogeneo, chi un mese prima, chi un mese dopo – osserva Colli Lanzi -. È apprezzabile il modo in cui l’Italia ha affrontato la crisi nei mesi iniziali, quando l’obiettivo era salvaguardare aziende e posti di lavoro. È stato un segnale di civiltà e grandezza. Ho apprezzato il provvedimento del blocco dei licenziamenti, della sospensione delle causali sui contratti a termine e della Cassa Covid, pur essendo un detrattore delle politiche passive perché sviluppano una mentalità assistenzialista». Adesso, però, aggiunge «siamo in una condizione diversa in cui dobbiamo tornare in tutto verso la normalità. Il sostegno dei mesi scorsi deve diventare una pedana di lancio per ripartire, non una condizione permanente». Il lancio funzionerà, però, solo superando le criticità del nostro mondo del lavoro. Sicuramente avremo bisogno di «riqualificare le competenze per restituire mobilità al mercato del lavoro. Il primo problema fondamentale nella maggior parte dei mercati è oggi il mismatch. Siamo di fronte ad aziende lanciatissime nell’evoluzione tecnologica e organizzativa che sono però sempre più distanti da quello che il mercato offre».

Gli ultimi dati Svimez ci dicono che in Italia i giovani under 35 che non studiano e non lavorano, i cosiddetti Neet, nella media del 2020 sono saliti al 36,1% nel Mezzogiorno dal 35,8% nel 2019, ed al 18,6% nel Centro-Nord rispetto al 16,6% nel 2019. «Queste sono risorse per il paese ed è da considerarsi un pericolo il fatto che ci siano così tante persone che non hanno le competenze per rispondere al mercato. Il tema della formazione è oggi quello più importante: serve la collaborazione di tutte le forze in campo, dalla scuola fino alle imprese che la devono ritenere un’attività strategica e sfruttare tutte le risorse europee adeguatamente, diversamente da quel che si è fatto in passato».

Parlando di formazione Colli Lanzi ricorda che per le agenzie «la legge prevede che il 4% delle retribuzioni lorde sia accantonato e speso per la formazione. Stiamo parlando, nel nostro caso, di una cifra tra i 25 e i 30 milioni all’anno: queste risorse per la formazione noi le bruciamo, ce ne vorrebbero almeno il doppio per aiutare il processo di assunzione dal punto di vista della formazione». Di qui il ragionamento scivola via verso il tema delle politiche attive: «Il supporto pubblico deve diventare un investimento e perché sia tale deve supportare sempre più i percorsi di trasformazione delle competenze e sempre meno finanziare il non lavoro – afferma Colli Lanzi -. Dare soldi a qualcuno per non lavorare fa soltanto aumentare la spesa corrente, ma se quei soldi vengono spesi per costruire competenze allora diventano un investimento».

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