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Sostegni, avanzo di 5,6 miliardi Platea ridotta di 1,5 milioni

Alla fine il panorama degli aiuti a fondo perduto messi in campo per sostenere autonomi e piccole imprese nella tempesta della crisi pandemica si è popolato di 1,8 milioni di partite Iva. Tante, ma pochissime rispetto ai 3,3 milioni stimati lo scorso autunno dal ministero dell’Economia, quando la girandola dei «Ristori» ha moltiplicato gli assegni che avevano debuttato una tantum prima dell’estate.

La “scomparsa” di 1,5 milioni di imprenditori dall’orizzonte degli aiuti, confermata martedì dai numeri del secondo giro degli aiuti automatici che ha prodotto bonifici per 5,2 miliardi (Sole 24 Ore di ieri), ha più di una spiegazione. La misura, prima di tutto, era completamente inedita, per cui non era semplice misurarne in via preventiva le dimensioni. Dai «ristori» del 2020 ai «sostegni» di quest’anno, poi, il parametro di riferimento è cambiato, per guardare all’intero 2020 e non più al solo mese di aprile. Ma più delle cause, sono le conseguenze a offrire un quadro chiaro e ricco di ricadute operative.

La platea dei «sostenuti» ridotta rispetto alle previsioni della vigilia lascia campo libero a qualche paradosso. Il valore unitario degli aiuti, giudicato insufficiente dagli operatori attivi nei settori colpiti in modo più duro dalla crisi del Covid, avrebbe potuto rivelarsi più alto a parità di spesa con una previsione più puntuale della platea dei beneficiari. E qualche accorgimento avrebbe potuto evitare la nascita della categoria degli «esodati dai ristori», che soprattutto per le interruzioni nel fatturato 2019 (ad esempio per ristrutturazione dell’attività) non hanno fin qui ottenuto nulla e sperano negli emendamenti al decreto «sostegni-bis» per rimediare qualche aiuto.

Proprio sul «Sostegni-bis», e sul dibattito alla Camera destinato a entrare nel vivo nei prossimi giorni, arrivano però le conseguenze più dirette dei numeri effettivi registrati dai sostegni. La replica degli aiuti automatici avviata martedì conferma che il valore degli assegni (e dei crediti d’imposta per i pochi che li hanno scelti) si fermerà intorno ai 5,2 miliardi. Producendo quindi 2,8 miliardi di mancata spesa rispetto agli 8 stimati inizialmente. Altri 2,8 miliardi arrivano dal primo giro, gemello, dei sostegni. Anzi: a marzo, i calcoli Mef parlavano di una spesa complessiva non da 8 ma da 11,1 miliardi. Questi altri 3,1 miliardi non utilizzati, però, sono stati già girati all’intervento «perequativo» che in autunno sarà misurato sui colpi inferti dalla crisi ai bilanci e non al solo fatturato. Al netto di quell’intervento, in pratica, ci sono 5,6 miliardi «liberi».

Com’è inevitabile l’emergere di queste minori spese, che la politica fa in fretta a ribattezzare «risparmi» e «tesoretto», ha acceso l’interesse del Parlamento che fin qui è stato confinato nella sua azione a una «regola del 2%», perché i fondi a disposizione degli emendamenti delle Camere non andavano oltre questo valore in rapporto a ogni provvedimento. Nel sostegni-bis il quadro è destinato a cambiare drasticamente, offrendo (alla sola Camera, però) un ruolo più pesante. Ma non tutte le minori spese finiranno ai correttivi al decreto.

I conti finali sono in arrivo, una riunione sul tema fra governo e capigruppo è prevista già oggi, ma le ipotesi viaggiano verso una spartizione in due tranche delle minori spese prodotte solo dal primo round dei sostegni, perché quelle del secondo giro saranno certificate troppo tardi per salire su questo decreto e potranno essere accantonate dal Mef in vista della manovra. La mossa permetterebbe di portare oltre il miliardo il fondo da 800 milioni previsto dal decreto originario per gli emendamenti, mentre due miliardi abbondanti sarebbero riservati agli interventi concordati fra governo e relatori. A conti fatti la somma per i correttivi si aggirerebbe fra i 3,5 e i 4 miliardi.

I temi in agenda sono emersi nei giorni scorsi. In prima fila c’è un rifinanziamento da 680 milioni del fondo per la nuova Sabatini, chiuso dal 2 giugno per assenza di risorse, e un nuovo incentivo alla rottamazione auto che potrebbe superare i 4-500 milioni ipotizzati la scorsa settimana.

Per restare in tema di aiuti maggioranza e opposizione potrebbero concordare interventi aggiuntivi per le fiere (si veda anche il servizio in pagina), un rilancio del bonus alberghi e l’estensione delle moratorie sui prestiti fino al 31 dicembre 2021. A chiedere aiuti è anche il settore agricolo colpito dalle gelate di primavera.

C’è poi il capitolo delle scadenze fiscali, a partire dalla proroga al 31 agosto della ripresa della riscossione con l’invio delle cartelle sospese fino al 30 giugno e il pignoramento di stipendi e pensioni. Una proroga di due mesi che potrebbe richiedere oltre 600 milioni di euro. Con il rinvio al 31 agosto delle cartelle slitterebbe al 30 settembre il pagamento dei debiti fiscali. C’è anche il nodo del 10 settembre, ossia del termine di presentazione anticipata delle dichiarazioni dei reddti per chi vorrà rivedere i contributi in funzione degli utili. Massimo Bitonci (Lega), relatore del Dl, ipotizza di lasciare fermo il termine della dichiarazione dei redditi al 30 novembre e di consentire all’impresa, che ricalcola il fondo perduto in base agli utili, di poter autocertificare con una semplice istanza i dati che si impegna a indicare nella dichiarazione “Redditi 2021”.

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