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Sorpasso di Pechino su Tokyo

di Luca Vinciguerra

La Cina supera il Giappone e diventa la seconda economia del pianeta, mentre il suo trade surplus continua a perdere quota.

Ad ammettere un sorpasso che era nell'aria da tempo, ieri è stata la stessa Tokyo annunciando i dati sull'andamento del prodotto interno lordo nel 2010. L'anno scorso il Pil nominale nipponico è ammontato a 5.474 miliardi di dollari, vale a dire circa 400 miliardi dollari in meno di quello cinese che nel 2010 è lievitato al tasso stratosferico del 10,3 per cento.

E ora, dopo aver scalzato il Giappone da una posizione che deteneva da ben 42 anni, il Dragone si prepara ad attaccare gli Stati Uniti in cima alla classifica. Secondo gli analisti, è solo una questione di tempo: entro il 2020, sostengono i più ottimisti, la Cina diventerà la principale economia del mondo, riconquistando così un vecchio primato che aveva detenuto per secoli prima della Rivoluzione Industriale e dell'espansione coloniale delle grandi potenze occidentali (muovendo da presupposti incerti e frammentari, alcuni storici sostengono che un tempo le economie di Cina e India fossero le maggiori del pianeta).

Ma per la nomenklatura cinese la quantità non è tutto. Oggi, di fronte al crescente squilibrio tra ricchi e poveri, tra città e campagna, tra Est e Ovest, oltre ai grandi numeri che restano un fattore cruciale per creare posti di lavoro e mantenere la pace sociale, a Pechino interessa sempre di più anche la qualità della propria crescita economica. Non è un caso che la parola d'ordine del Dodicesimo Piano Quinquennale, che partirà quest'anno, sia proprio "ribilanciare" lo sviluppo economico nazionale.

In questo quadro, uno degli obiettivi principali del governo cinese è aumentare il peso della domanda interna, e in particolare dei consumi privati, sul prodotto interno lordo, in modo da rompere la stretta dipendenza della congiuntura dalle esportazioni e, quindi, dall'erraticità del ciclo economico globale.

A giudicare dagli ultimi dati sul commercio estero, questo processo è già cominciato. Dopo aver subito una battuta d'arresto nel 2009 (la prima dopo sei anni di crescita sfrenata), infatti, il surplus commerciale del Dragone è uscito ridimensionato anche dal 2010: 183 miliardi di dollari, 13 miliardi in meno rispetto all'anno precedente.

L'andamento dei flussi import-export nel primo mese del nuovo anno sembra confermare questa tendenza. A gennaio, hanno comunicato ieri le Dogane di Pechino, le esportazioni cinesi hanno registrato un aumento del 38% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, portandosi a 150 miliardi di dollari. Frattanto, però, le importazioni sono aumentate a un tasso ancor più frenetico: +51%, pari a un controvalore di 144 miliardi di dollari.

Il risultato è un surplus commerciale mensile di poco superiore a 6 miliardi dollari, meno della metà di quello registrato dalla Cina a gennaio dell'anno scorso. Insomma, i volumi complessivi del commercio estero cinese continuano a lievitare a ritmo impetuoso, ma i tassi di crescita delle importazioni sono ormai costantemente superiori a quelli delle esportazioni.

Tuttavia, dietro il recente boom delle importazioni del Dragone non ci sono solo i maggiori consumi delle famiglie cinesi. Ci sono anche i maggiori acquisti di semilavorati e di beni d'investimento effettuati dalle aziende cinesi (l'industria dell'elettronica mondiale usa la Cina come piattaforma per l'assemblaggio di pezzi e componenti che arrivano da tutta l'Asia).

E, soprattutto, c'è il massiccio shopping di materie prime di Pechino in giro per il mondo. Complici la ricostituzione degli stock e la lunga vacanza del Capodanno Lunare, a gennaio 2011 le importazioni cinesi di soia, petrolio, rame e minerale di ferro sono aumentate rispettivamente del 26, del 12, del 25 e del 48 per cento rispetto a un anno fa.
 

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