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Sorpasso dei fondi, rendono più dei Bot

I fondi comuni italiani nel 2012 hanno reso più dei Bot e nel 2013 si è invertita la tendenza della raccolta: le sottoscrizioni nette sono tornate positive dopo saldi fortemente negativi dal 2004. La nostra industria dei fondi però continua a perdere terreno nella graduatoria mondiale, scivolando al quattordicesimo posto superata dalla Svezia e «tallonata» dal Sudafrica. E i costi aumentano. Questi in sintesi i principali punti dell’ultima «Indagine sui fondi e sicav italiani» realizzata dall’Ufficio studi Mediobanca.

I fondi obbligazionari, con il 7,4%, hanno dunque superato nel 2012 i Bot a 12 mesi, che hanno fruttato il 5,3%. Allo sprint dei gestori hanno contribuito la discesa degli spread e la ripresa dei corsi per i titoli di Stato a durata maggiore. Sul lungo periodo il confronto tra fondi obbligazionari e Bot resta invece sostanzialmente un «testa a testa»: dalla nascita dei fondi, nel 1984 e quindi 29 anni fa, i gestori hanno reso in media l’anno il 6,1% mentre i Buoni del Tesoro a 12 mesi il 6,3%.

Considerato l’intero perimetro dei prodotti nel 2012 il rendimento netto medio è stato pari al 6,2%, che sale al 6,9% per i fondi aperti, al 10,4% per gli azionari, all’8% per i bilanciati, all’8,2% per i fondi pensione negoziali e al 9,1% per quelli aperti. Negativi, per il 3,8%, i soli immobiliari. Sul lungo periodo però la prospettiva cambia: chi ha teoricamente investito in tutti i fondi italiani negli ultimi 29 anni avrebbe subìto, rispetto a un impiego annuale in Bot a 12 mesi, una perdita di oltre una volta il patrimonio iniziale, aumentato nel periodo di 3,7 volte contro le 4,8 dei Bot. Sulla base quindi del tasso risk free , il frutto dei fondi aperti mette in evidenza una distruzione di valore pari a 81 miliardi negli ultimi 15 anni.

Il 2013 è iniziato bene per la raccolta: nei primi tre mesi (e il trend è confermato in aprile e maggio) le sottoscrizioni hanno prevalso sui riscatti per 1,8 miliardi. Se poi si aggiungono i fondi roundtrip , cioè promossi all’estero (prevalentemente in Lussemburgo) da gestori italiani, il saldo positivo sale a 6,7 miliardi. Il recupero di fiducia tra i risparmiatori non è però sufficiente a contrastare il trend che vede l’industria italiana dei fondi perdere progressivamente terreno nella graduatoria mondiale. Il patrimonio a fine 2012 ha segnato il secondo minor ammontare degli ultimi 15 anni e ora l’incidenza sul Pil è pari all’8% (il 12% con i fondi roundtrip ) contro il 42% nel 1999: il nostro Paese è dunque in controtendenza rispetto all’Europa dove il rapporto nello stesso periodo è salito dal 48 al 69%. I fondi italiani per patrimonio scivolano dunque al quattordicesimo posto dietro alla Spagna e sul mercato mondiale pesano per lo 0,68%. Considerando i roundtrip la situazione probabilmente migliora un po’ in nostri gestori risalgono all’undicesimo posto. Nel 2004 però, sottolinea l’indagine, l’Italia era quarta nel mondo. Primi, incontrastati, sono e restano gli Stati Uniti con un peso pari a quasi la metà del patrimonio mondiale, pari nel 2012 a 20.340 miliardi.

Il confronto con gli Usa, secondo il rapporto, è particolarmente interessante sotto il profilo dei costi: per i fondi italiani quelli di gestione sono saliti all’1,3% con la punta del 2,8% nel comparto azionario, un massimo storico, pari a tre volte e mezza rispetto agli Stati Uniti. Così come resta elevata la rotazione del portafoglio, pari a 7 mesi e mezzo in Italia contro i due anni Usa.

Infine, l’indagine si sofferma sui fondi pensione. Nell’ultimo quinquennio il Tfr si è rivalutato del 14,4%, battendo dunque i fondi pensione, sia negoziali (13,2%) sia aperti (6,2%).

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