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Sorgenia, via all’accordo banche-soci

Dopo oltre sei mesi di intense trattative, l’accordo per la ristrutturazione del debito da 1,8 miliardi di Sorgenia è a un passo dall’essere definito. Entro questa settimana potrebbero infatti arrivare, contestualmente, la firma del term sheet tra gli azionisti di Sorgenia (Cir e Verbund, rispettivamente con il 53% e il 46%) e gli istituti di credito, che sancirà il passaggio della società sotto il controllo delle banche, e la concessione dello stand still al gruppo energetico da parte delle banche stesse. Due passaggi che rappresentano il punto di partenza necessario per l’avvio della procedura ex articolo 182-bis, che prevede entro luglio il deposito del piano di ristrutturazione in bonis di Sorgenia presso il Tribunale di Milano (chiamato poi all’omologa) e la successiva convocazione di un’assemblea dell’azienda guidata da Andrea Mangoni per deliberare l’aumento di capitale da 400 milioni a servizio della conversione del debito.
L’ultima accelerazione al negoziato sarebbe arrivata a cavallo dello scorso week end, quando con una lettera inviata al consulente legale delle banche, lo studio Lombardi Molinari Segni, Verbund avrebbe sostanzialmente dato il proprio benestare al riassetto di Sorgenia. Proprio la presenza al tavolo del socio austriaco controllato dallo Stato, che nell’avventura italiana ha bruciato circa 650 milioni, ha richiesto nelle ultime settimane un paziente lavoro di limatura di un term sheet di per sé già complesso, visto che andava condiviso da Cir, dalla stessa Verbund e dall’ampia platea delle banche creditrici (ben 21, anche se le più esposte sulla capogruppo sono Mps, Unicredit, Intesa Sanpaolo, Bpm, Ubi Banca e Banco Popolare). Erano stati gli stessi istituti di credito, infatti, nella proposta di ristrutturazione del debito inviata a Sorgenia a inizio aprile a chiedere un via libera unanime da parte dei soci, affinchè il passaggio di proprietà dell’azienda avvenisse senza possibili recriminazioni future. Per questo, ogni aspetto dell’intesa è stato e viene curato nel dettaglio: in queste ore sarebbero in corso gli ultimi contatti tra i rispettivi advisor per mettere a punto il testo finale dell’accordo. In realtà, già da inizio giugno, quando il cda di Sorgenia aveva dato il benestare “de facto” alla manovra finanziaria, la strada sembrava in discesa dopo le forti tensioni iniziali. «Siamo alla fase finale di una trattativa che darà vita a una soluzione equilibrata», aveva sottolineato un mese fa Fabrizio Viola, ad di Mps. Due settimane dopo gli aveva fatto eco Victor Massiah, consigliere delegato di Ubi Banca, indicato tra i più intransigenti, sul fronte bancario, nella trattativa: «Non so date, ma è questione di giorni».
Quali saranno i termini dell’intesa? Le banche convertiranno 400 milioni di debito della capogruppo Sorgenia spa con un aumento di capitale di pari importo, che le porterà al 98% del capitale. In più sottoscriveranno un convertibile da 200 milioni (con tasso al 4% capitalizzato) che verrà conteggiato per metà a equity. In cambio, il gruppo energetico – precipitato in crisi per la forte esposizione sui cicli combinati a gas, depressi dal crollo della domanda di elettricità – riceverà uno stand still e nuova finanza (tra fideiussioni e denaro caldo per 256 milioni). A livello di soci, la novità sta nell’earn out del 10% e a durata indefinita, senza cioè limiti di tempo, a loro concesso dagli istituti di credito, nel caso quest’ultimi venderanno Sorgenia e, rimborsato il debito, realizzeranno una plusvalenza sui 400 milioni investiti oggi in aumento di capitale e valorizzati a un tasso del 10% annuo. Cir e Verbund resteranno così con poco meno del 2% del capitale, anche se c’è l’ipotesi che possano mantenere solo i “diritti” sull’identica quota, da fare valere ovviamente in caso di cessione.
Per la nuova Sorgenia, il piano delle banche ipotizza anche una newco come controllante con primo azionista Mps (partecipazione stimata al 22%), seguito da Ubi (18%), Banco Popolare (11,5%), Unicredit (9,8%), Intesa Sanpaolo (9,7%) e Bpm (9%). Basterà inoltre che il 51% dei soci accetti un’offerta di acquisto della società per costringere tutti gli altri a vendere.

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