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Sono oltre 4 milioni i poveri in Italia Ma non crescono più

Quasi otto milioni di poveri, di cui oltre quattro «assolutamente poveri», ovvero non in grado di assicurarsi quello che è considerato uno standard di vita minimo accettabile. Un livello stabile, segnala l’Istat nel suo rapporto sul 2014, e qui sta la parte buona della notizia, visto che nei due anni precedenti la povertà era risultata in continua crescita.
Ma se la tendenza si è fermata, l’intensità dei divari fra Nord e Sud, fra giovani e anziani, fra famiglie con figli e no è rimasta intatta e segnala che, senza crescita, non si esce nemmeno da quel «tunnel sociale» che condanna le famiglie indigenti a restare tali. «I dati migliorano, ma c’è ancora molto da fare» ha commentato il premier Renzi.
Questo il quadro Istat: l’istituto distingue la povertà relativa da quella assoluta. Nella prima categoria rientra chi vive sotto la « linea della povertà» calcolata di anno in anno tenendo conto del livello dei consumi, dell’area e del numero di componenti il nucleo. Per un famiglia di due persone, per esempio, la soglia è pari alla spesa media mensile pro capite nel Paese (1.041, 49 euro per il 2014): sotto tale soglia il nucleo è considerato in povertà relativa. In Italia tale condizione riguarda 7 milioni 815 persone (il 12,9 per cento della popolazione). Ma fra questi ce ne sono 4 milioni 102 mila che stanno ancora peggio (il 6,8 per cento del totale), perché non possono permettersi quello che in Italia è considerato il livello di sussistenza minimo.
Entrambe le «povertà» sono stabili, assicura l’Istat, ma in quella assoluta si è registrato un aumento della presenza delle famiglie con 3 o più figli: dal 14,2 per cento del 2013 si è passati al 16 per cento del 2014 (che diventa 18,6 se i figli sono under 18). Ecco perché fra i poveri assoluti ci sono 1 milione e 45 minori (l’incidenza è del 10 per cento): privati del necessario proprio nella fase di crescita, quindi messi in condizioni tali da rendere molto difficile la possibilità di agganciare l’ascensore sociale. «Un dato che deve scuotere le coscienze, una vergogna per il Paese» ha commentato Silvana Mordeglia, presidente del Consiglio nazionale degli assistenti sociali. Resta altissimo anche il gap fra Nord e Sud: per quanto riguarda la povertà assoluta si va dal 4,2 per cento del Nord, al 4,8 del Centro fino all 8,6 per cento del Mezzogiorno. Il record va a Calabria, Basilicata e Sicilia, dove una famiglia su quattro vive nell’indigenza. Rimane invariata, e pesante, anche l’incidenza del titolo di studio: se la persona di riferimento è almeno diplomata, la quota (3,2 per cento) è quasi un terzo di quella rilevata per chi ha la licenza elementare ( 8,4). Quadro difficile, dunque, davanti al sono nate molte polemiche, anche attorno al commento di Renzi. Unanime la richiesta del sindacato di varare subito un piano di contrasto. «L’indice si stabilizza ma i numeri dicono che i poveri sono il doppio di quanti erano all’inizio della crisi: il governo non gioisca e intervenga » ha commentato Vera Lamonica della Cgil. «Chi si trova a fare i conti con la povertà assoluta va assistito con un reddito minimo» ha detto Cesare Damiano, Pd, presidente della Commissione lavoro della Camera.
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