Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

«Solo un piano europeo credibile farà ritornare gli investitori»

Olivier Blanchard, capoeconomista del Fondo monetario internazionale, giorni fa ha irritato le autorità europee. Secondo questo economista francese di 64 anni, da sempre al Massachusetts Institute of Technology di Boston, l’austerità produce recessioni più profonde di quanto non si creda di solito; a Bruxelles e Francoforte le sue idee non sono piaciute, soprattutto ora che all’Europa del Sud si chiede di stringere la cinghia. Forse è per questo che Blanchard cerca di evitare altre polemiche. Invece di nominare Italia e Spagna, al Corriere parla dei «due grandi Paesi periferici»; e invece di raccomandare loro di chiedere aiuto all’Europa, dice che sarebbe meglio se si assicurassero una «garanzia di finanziamento».
La crisi non è più in fase acuta. Teme che i governi tirino i remi in barca e per questo la tensione ritorni?
«Sì. Il processo decisionale è complesso, ogni volta i responsabili politici tendono a ritardare le risposte fino a quando i mercati non li forzano. Sarà già successo almeno quattro volte. C’è un peggioramento, poi una decisione, quindi un altro peggioramento e una nuova decisione. Ma non bisogna esagerare con il pessimismo: oggi le istituzioni europee sono molto più evolute e adatte rispetto all’inizio della crisi: è un processo complicato che alla fine produce risultati. Anche se non senza far pagare dei prezzi».
Si riferisce ai costi economici?
«La frammentazione del mercato dei capitali nell’area euro è diventata sempre più profonda e gli squilibri fra banche centrali nazionali in Target 2, il sistema dei pagamenti della Bce, sono sistematicamente aumentati. Da questo punto di vista, più passa il tempo e peggio è».
Cosa resta da fare?
«Nel breve periodo, sarebbe fondamentale che ci fosse un piano per i due grandi Paesi della periferia (dell’area euro, ndr). Ciò comporta non solo un processo continuo di aggiustamento al loro interno, ma anche la garanzia di finanziamento, a patto che questi Paesi mettano davvero in pratica i loro piani. Ci siamo vicini, ma non siamo ancora esattamente a quel punto».
Che altro metterebbe nel suo elenco delle priorità?
«Chiaramente l’unione bancaria è indispensabile, anche se bisogna essere realisti e accettare che ci vorrà tempo per metterla in pratica. Visto il livello d’incertezza, le complessità, le sottigliezze politiche, ci si arriverà per gradi. Probabilmente a un passo irregolare. E anche l’unione fiscale è necessaria, è evidente, ma anche qui la portata e il livello dell’ambizione restano in gran parte da precisare».
Qual è il passaggio che lei considera più importante?
«Ciò che ha cambiato tutto è stato l’annuncio dell’Omt (Open market transactions, ndr), il piano della Bce per l’acquisto di titoli di Stato. Prima si discuteva sulla taglia del sistema di protezione e ci si chiedeva se ci sarebbero stati i fondi sufficienti a finanziare i Paesi della periferia, qualora i mercati fossero diventati ostili. Non era chiaro che i soldi sarebbero bastati. Ora sappiamo che, se l’Omt scatta, la rete di sicurezza della Bce sarà larga a sufficienza. È una grossa novità».
La Bce vuole coinvolgere l’Fmi nel controllo dei Paesi sotto programma. Accetterete le condizioni determinate dall’Europa?
«Decisamente no. Abbiamo le nostre regole e se saremo della partita, sarà sulla base di queste. Non potremmo accettare un ruolo di monitoraggio di un programma sul quale non siamo d’accordo».
Secondo l’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria del Fmi, le banche della periferia dell’area euro avranno problemi di finanziamento. Quali soluzioni vede?
«Nell’immediato il rimedio è fornire liquidità alle banche solvibili. Ma la vera soluzione è rassicurare gli investitori, farli restare se ci sono ancora o farli tornare se se ne sono andati. A sua volta ciò comporta che esista un piano credibile, dal risanamento di bilancio alle riforme strutturali; e comporta anche una garanzia di finanziamento a tassi ragionevoli fino a quando questo piano verrà seguito».
Come vede la situazione fra cinque, dieci o vent’anni?
«La grande sfida, non solo per i Paesi dell’euro ma per gran parte delle economie avanzate, sarà la riduzione del debito. Ci vorrà molto tempo. Sarà dura. E potrebbero anche esserci intoppi lungo la strada».

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Maximo Ibarra ha rassegnato le sue dimissioni da Sky Italia per diventare amministratore delegato e ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Non cede all’ottimismo il ministro dell’Economia Daniele Franco che punta l’indice sui due pun...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

In punta di diritto: la contrarietà a un giudicato nazionale, nel contesto del giudizio di ottemper...

Oggi sulla stampa