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Solo tre sì Il percorso ora si complica Cosa permette la modifica statutaria

Campari, Amplifon e Astaldi sono state le prime tre società italiane a introdurre il voto maggiorato che premia i soci fedeli, cioè da almeno 24 mesi, con un voto aggiuntivo per azione. Hanno usufruito dell’agevolazione che fino al 31 gennaio consentiva di cambiare lo statuto con maggioranza semplice. In realtà nelle assemblee che si sono tenute la settimana scorsa i quorum raggiunti sul capitale presente avrebbero permesso la vittoria dei sì anche con la maggioranza dei due terzi normalmente necessaria in un’assemblea straordinaria. 
Posizioni distanti
Eppure i risultati dei voti, con i no della quasi totalità dei fondi internazionali in genere favorevoli al principio un’azione-un voto e poco inclini per core business a «legami di fedeltà» ancorché investitori di medio-lungo termine, dicono in modo chiaro che per molte società big il passaggio al voto maggiorato potrebbe non essere una passeggiata. Anzi.
A questo punto, chiusa la finestra agevolata, la prima società che proporrà ai soci il rafforzamento del voto sarà Maire Tecnimont, la cui assise è stata convocata per il 18-19 febbraio. Sarà dunque questo il primo caso in cui la riforma statutaria dovrà ricevere l’ok da oltre il 66% del capitale partecipante. Il gruppo di engineering , che aveva già indetto un’assemblea per metà gennaio, per introdurre il voto maggiorato ha atteso il regolamento Consob e ha quindi revocato il precedente appuntamento rimettendolo in calendario con l’integrazione sul voto. Consapevole che così non avrebbe usufruito della maggioranza semplice. È probabile però che la votazione non presenti particolari problemi: la famiglia Di Amato, che controlla la società con il 55%, sarà verosimilmente affiancata nel voto dal partner strategico di Abu Dhabi Arab Development Establishment (Ardeco) che detiene il 10% del capitale.
Il peso delle quote
Tuttavia l’esito delle prime assemblee, sebbene sembri spianare la strada all’introduzione del voto maggiorato, in realtà rivela che questo passaggio, voluto dal governo per dare maggiore stabilità agli azionariati, favorire ingressi in Borsa e allargare il perimetro delle privatizzazioni, potrà incontrare in molti casi un ostacolo di rilievo: il voto degli investitori istituzionali, i fondi italiani e internazionali. In Campari, Amplifon e Astaldi il sì era scontato, e anche con maggioranze superiori a quella semplice. Le società sono controllate rispettivamente dalle famiglie Garavoglia (51%), Formiggini (55%) e Astaldi (52,5%) quote che già di per sé assicurano un’alta presenza in assemblea. E infatti hanno partecipato alle assise quote comprese fra il 75 e l’80% del capitale sociale, superiori di 15-20 punti alla media delle maggiori società in Piazza Affari. Con queste percentuali il peso dei fondi italiani e internazionali che hanno votato contro in modo quasi unanime (non nel caso Campari, dove il fondo inglese Cedar rock è in pratica socio stabile con circa il 10%), pari in media al 20% del capitale sociale, è rimasto al di sotto di un terzo di quello presente in assise. Dario Trevisan, il cui studio rappresenta nelle assemblee la quasi totalità dei fondi esteri, sottolinea però che «se non fosse stato presente il socio di maggioranza assoluta, in Campari il mercato avrebbe bocciato la proposta con i due terzi, in Astaldi e Amplifon con oltre il 90%».
Controlli deboli
In gran parte delle maggiori società quotate in Piazza Affari la situazione è diversa. Prevalgono forme di controllo debole, esercitato con partecipazioni individuali o di coalizione ben inferiori al 50%, e i fondi presenti con quote in buon parte dei casi comprese fra il 20 e il 45-50% del capitale sociale, in assemblea raggiungono spesso pesi superiori a un terzo e di frequente anche maggiori del 50%.
Nel caso dunque venisse confermato il no compatto dei fondi al voto maggiorato, la proposta potrebbe essere bocciata in oltre il 60% delle società dell’indice Ftse-Mib.
Secondo i dati elaborati dallo studio Trevisan, in assemblea la percentuale degli investitori internazionali è in diverse società molto alto: a parte le due public company , Prysmian e Azimut, dove il peso dei fondi è pari rispettivamente all’81 e al 75 del capitale votante, si registrano il 66% in Mps, 56% in Unicredit, 52% in Intesa Sanpaolo, 49,7% in Telecom, 50% in Snam, 48% in Eni, 46% in Finmeccanica, 44% in Terna, 42% in Saipem, 38% in Enel e Mediobanca e oscilla intorno al 33% in Ansaldo, Generali, Atlantia, Mediaset, Pirelli. Numeri che dimostrano come il rischio di una bocciatura in assise straordinaria sia alto. Di questo e dell’atteggiamento degli investitori internazionali si è già parlato in diversi consigli. Come in Eni e di altre società a controllo pubblico. Ed è stato deciso di non utilizzare la finestra agevolata per non escludere di fatto i fondi dalla decisione. Includerli però può voler esporsi all’eventualità di un autogol.
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