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Solo tre settimane per scegliere il futuro dell’Europa

Le tre settimane decisive per le sorti dell’euro si sono aperte con un nulla di fatto. Potremmo in fondo definirlo un pareggio, magari fuori casa, perché se è vero che le elezioni greche si sono concluse con l’esito forse più sperato dagli investitori (la vittoria di una coalizione che forse si era spesa di più in campagna elettorale per la permanenza del Paese nell’Eurozona) e si è evitato il peggio, è anche evidente che la strada verso la soluzione dei problemi resta sempre in salita: ad Atene come a Madrid e nel resto d’Europa.
L’affermazione di Nea Dimokratia, tanto per cominciare, non è ovviamente risolutiva. Non avendo la maggioranza assoluta in Parlamento, il partito guidato da Antonis Samaras dovrà cercare di formare rapidamente una coalizione con il Pasok di Evangelos Venizelos (che a sua volta chiede una coalizione estesa anche alla sinistra radicale di Syriza) prima di affrontare il compito più difficile: andare a trattare il piano di aiuti con Bce-Fmi-Ue.
L’eventuale fallimento delle consultazioni aprirebbe di nuovo la strada a nuove elezioni (da tenersi il 15 o il 22 luglio) che metterebbero quindi a serio rischio la nuova tranche di aiuti programmata per pagare i 3,9 miliardi di euro di interessi dovuti alla Bce ad agosto. Ma anche le trattative con gli emissari della «Troika», attesi ad Atene entro fine mese, non sono certo semplici: gli analisti di Credit Suisse concedono l’80% di possibilità al nuovo Governo (sempre che si riesca a formarlo) di strappare un compromesso, spalmando gli 11 miliardi di tagli in 4 anziché 2 anni e ottenendo una riduzione dei tassi da pagare sul prestito.
Il nodo delle banche spagnole
La Grecia è ovviamente soltanto una parte del problema Europa, e probabilmente neanche quella a cui gli investitori guardano con maggior interesse e timore. Sul tavolo resta infatti più che mai aperta la questione del salvataggio delle banche spagnole: l’accordo raggiunto due settimane fa per una ricapitalizzazione fino a 100 miliardi di quegli istituti soffocati dalle sofferenze legate allo scoppio della bolla immobiliare (152 miliardi a fine aprile, secondo la banca di Spagna) e al tempo stesso minacciati dalla fuga dei depositi è soltanto il punto di partenza.
Nelle prossime settimane occorrerà fare chiarezza sul modo in cui i fondi arriveranno agli istituti di credito, decisione che potrebbe essere finalizzata al Summit europeo di fine giugno: il rischio principale è da una parte che questi siano veicolati attraverso Efsf o Esm e finiscano per pesare sul debito della Spagna stessa (che sempre Credit Suisse proietta al 106% del Pil entro il 2014) costringendola a sua volta a invocare aiuto; dall’altra che si crei un pericoloso dualismo fra i nuovi titoli di debito (privilegiati) e quelli esistenti a danno di questi ultimi.
L’idea che i fondi possano arrivare direttamente agli istituti di credito senza aggravare i conti di Madrid richiede d’altra parte una modifica dei trattati che non pare allo studio, almeno nell’immediato. Nel frattempo la Spagna, che ieri ha visto i tassi di interesse sulla scadenza decennale volare al 7,17% e superare per qualche ora anche quelli irlandesi, dovrà affrontare questa settimana due difficili test sulle emissioni: domani 2-3 miliardi di titoli a breve termine (12-18 mesi) e soprattutto giovedì, quando sul mercato finiranno 2 miliardi di Bonos scadenza 3-5 anni.
Vertici in successione
Sarà forse il caso, o più probabilmente l’incalzare degli eventi, ma il calendario delle riunioni della Banche centrali e dei governi dei Paesi d’Europa e del resto del mondo sembra essere decisamente fitto in queste settimane di fuoco. Archiviato o quasi il G20+1 (al tavolo è stata invitata anche la Spagna) di ieri e oggi con un generico impegno dei Grandi ad adottare le misure necessarie per rafforzare la domanda, sostenere la crescita globale e ristabilire la fiducia sui mercati, l’attenzione si sposta sull’Eurogruppo di giovedì e sull’Ecofin del giorno successivo in Lussemburgo.
Grecia, Spagna e in generale la crisi del debito europeo (con l’ipotesi di un meccanismo che impedisca l’allargamento eccessivo degli spread) saranno in questo caso gli argomenti all’ordine del giorno per un appuntamento che servirà probabilmente anche ad aprire la strada al più atteso degli eventi: il vertice Ue di fine mese. È soprattutto su questa due giorni di riunione che il mercato ha puntato da tempo l’attenzione nella speranza di assistere finalmente a un cambiamento di marcia nella creazione di un’unione economica e finanziaria più integrata. Garanzia unica sui depositi e i primi passi verso l’unione fiscale da ottenere attraverso project Bond, Eurobond o «redemption fund» sono alcune fra le misure che gli investitori reclamano, deluderli ancora una volta potrebbe essere molto pericoloso.
Bce e Fed in allerta
Anche per questo le Banche centrali di tutto il mondo sembrano essere particolarmente attive in queste settimane per monitorare i mercati e intervenire in caso di necessità. Scongiurata almeno per il momento la necessità di operazioni straordinarie all’indomani delle elezioni greche, Federal Reserve, Bce e Bank of England si concentrano sui programmi a medio termine. Washington aprirà le danze domani sera, annunciando probabilmente una nuova ondata di stimolo monetario (la proroga dell’operazione «Twist» oppure un ulteriore piano di acquisto di asset, il terzo round del «quantitative easing»).
Per la Bce si dovrà invece aspettare presumibilmente fino al 5 luglio, data in cui è prevista a Francoforte la nuova riunione del Consiglio con decisione sui tassi. Negli ultimi giorni le parole di alcuni banchieri sembrano aver aperto la strada a un’ulteriore riduzione del costo del denaro al di sotto dell’1%, ma sui mercati si preme per un nuovo round di misure straordinarie che possano comportare la ripresa del programma di riacquisti di titoli di Stato dei Paesi in difficoltà (Smp) o l’annuncio di nuove aste di rifinanziamento a lungo termine (Ltro), 3 anni o anche oltre, per andare incontro ai problemi di liquidità delle banche. Armi che probabilmente Mario Draghi cercherà di tenere in serbo come risorsa d’emergenza nel caso di una deriva dei mercati.

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