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“Questo è solo l’inizio spero che la Brexit incoraggi altri Paesi a uscire dalla Ue”

Oggi nessuno in Gran Bretagna è più felice di lui. «Starà ad altri giudicare se sono il padre della Brexit, ma penso di avere più che fatto la mia parte», dice un raggiante Nigel Farage. Per uno abituato a esagerare, è un understatement: ha preso in mano un piccolo partito, lo ha condotto a vincere le elezioni europee del 2014 (si votava con il sistema proporzionale e l’Ukip sbaragliò Labour e Tories), quindi ha spaventato abbastanza il governo di David Cameron da indurlo a convocare il referendum sull’Unione Europea. Nella campagna referendaria non è stato l’unico a battersi per l’uscita dalla Ue, ma senza Farage il referendum non ci sarebbe stato.
«E non è finita, la nostra missione è solo nella sua infanzia», afferma in questa intervista a
Repubblica. Sembra fiducioso di poter realizzare altre imprese. Forse perfino di imitare quella del suo amico americano, Donald Trump.
Come si sente, onorevole Farage, il giorno dopo l’inizio della Brexit?
«Sollevato, felice e profondamente soddisfatto. Noi partigiani della Brexit abbiamo finalmente sospinto la Gran Bretagna verso questo giorno di libertà e indipendenza. È un momento storico. Mi auguro che incoraggi altri paesi in tutta Europa a battersi per l’indipendenza dall’Unione Europea».
Approva il modo in cui Theresa May intraprende il negoziato di divorzio dalla Ue?
«Io avrei agito diversamente, attivando l’articolo 50 che mette in moto la procedura di secessione dalla Ue il giorno dopo il referendum, per evitare tutti gli ostacoli politici e legali che la premier ha dovuto affrontare. E direi ai negoziatori di Bruxelles che per la Gran Bretagna non raggiungere alcun accordo post-Brexit sarebbe coomunque meglio degli accordi attuali. L’Unione europea ha bisogno di noi molto più di quanto noi abbiamo bisogno dell’Unione europea».
La Ue è proprio un mostro per lei?
«Abbiamo fatto campagna per lasciare l’unione politica ma siamo assolutamente a favore di continuare la cooperazione commerciale e in altri campi con i nostri vicini. Quel che non accettiamo è l’imposizione di leggi dall’esterno».
Cosa prevedrebbe per i 3 milioni di cittadini europei residenti in Gran Bretagna?
«Chi ci è entrato legalmente deve avere diritto di restarci. Sono contrario a ogni cambiamento retroattivo che modifichi il loro status. Theresa May dovrebbe fare per prima questa concessione. Ma anche i diritti dei cittadini britannici che risiedono nella Ue dovrebbe essere salvaguardati senza ritardi. Le persone non vanno usate come pedine su una scacchiera ».
Adesso che l’Ukip ha ottenuto l’“indipendenza” della Gran Bretagna, a cosa serve il suo partito?
«A battersi per uno Stato meno invadente, tasse più basse e responsabilità individuale. Siamo riusciti a fare in modo che la Gran Bretagna si governi da sola. Ora faremo proposte su come governarla meglio».
L’unico deputato dell’Ukip al Parlamento di Westminster, Douglas Carswell, si è dimesso dal suo partito dichiarando missione compiuta.
«Al contrario di quello che dice Carswell, che punta solo a destabilizzarci, la missione dell’Ukip è appena nella sua infanzia. Abbiamo ancora molto da fare. Siamo fiduciosi di poter ottenere grandi risultati».
Si candiderà alla Camera dei Comuni, quando lascerà il Parlamento europeo?
«Lo farò non appena ci sarà un’elezione per un seggio rimasto libero. E non vedo l’ora di marciare fuori dal Parlamento europeo per occuparmi soltanto del mio paese».
Ma intanto un risultato l’ha già ottenuto. Pensa che la storia la ricorderà come il padre della Brexit?
«Nella Brexit hanno creduto in tanti prima di me. Io ho raccolto il testimone e corso al meglio delle mie capacità. Con la mia abilità di oratore posso avere contribuito a spostare un’ampia fetta dell’elettorato britannico. Certo, i grandi cambiamenti politici sono sempre il risultato del lavoro di più persone, ma credo di avere più che fatto la mia parte. Lascio ad altri giudicare se sono stato il padre della Brexit».

Enrico Franceschini

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