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Solo la svista revoca la sentenza

Solo la «svista» consente di invocare l’errore di fatto per chiedere la marcia indietro sulla sentenza di secondo grado. Niente revocazione della pronuncia se non è immediatamente individuabile l’omessa percezione degli atti di causa che avrebbe indotto i giudici a decidere sulla base di un falso presupposto di fatto. Ad affermarlo è la sentenza 2324/19/2014 della Ctr Lombardia.
La vicenda scaturisce dal ricorso di una società contro un avviso di accertamento relativo al 2003. La Ctp ha accolto le ragioni della contribuente. Il Fisco ha presentato appello, che è stato respinto. A questo punto l’amministrazione finanziaria ha chiesto la revocazione sostenendo che la sentenza di secondo grado fosse il frutto di un errore di fatto. Ma la Ctr non ha riscontrato alcun errore revocatorio e ha confermato la decisione impugnata.
La revocazione nel processo tributario è disciplinata dall’articolo 64 del Dlgs 546/1992 che rinvia all’articolo 395 del Codice di procedura civile il quale prevede sei casi di attivazione dell’istituto. E, tra questi, c’è il quarto che tratta dell’ipotesi relativa all’errore di fatto risultante dagli atti o documenti della causa.
L’errore si concretizzerebbe quando la sentenza si poggia o sulla supposizione di un fatto «la cui verità è incontrastabilmente esclusa», oppure sull’inesistenza di un fatto «la cui verità è positivamente stabilita». In entrambi i casi, è richiesto che il fatto non abbia costituito un punto controverso sul quale la sentenza si sia pronunciata.
Per risolvere la questione, la Ctr Lombardia si rifà ai principi enunciati dalla Cassazione e dalla sentenza 1/2013 con la quale il Consiglio di Stato in adunanza plenaria ha delineato i requisiti essenziali dell’errore di fatto. Quest’ultimo deve:
– derivare da una pura e semplice omessa o errata percezione del contenuto materiale degli atti del giudizio tale da indurre l’organo giudicante a decidere sulla base di un falso presupposto di fatto;
– attenere a un punto non controverso e sul quale la decisione non abbia espressamente motivato;
– essere stato un elemento decisivo della sentenza da revocare (è necessario pertanto un rapporto di causalità tra l’erronea presupposizione e la pronuncia);
– apparire con immediatezza ed essere di semplice rilevabilità senza necessità di argomentazioni induttive o indagini ermeneutiche.
L’errore di fatto si sostanzierebbe, quindi, in una «svista» o un «abbaglio» che provoca l’errata percezione del contenuto degli atti del giudizio determinando un «contrasto tra due diverse proiezioni dello stesso oggetto». Una emerge dalla sentenza e l’altra concerne atti e documenti di causa. L’errore di fatto riguarda, quindi, la lettura e percezione degli atti relativamente all’esistenza e al significato letterale.
Nel caso esaminato l’agenzia delle Entrate ha sostenuto che per il periodo d’imposta 2003 i giudici hanno desunto dai documenti processuali un valore errato delle rimanenze iniziali. Tuttavia senza ricorrere ad argomentazioni induttive o indagini ermeneutiche non è possibile capire in cosa sia consistito l’errore che avrebbe indotto i magistrati tributari a decidere sulla base di un falso presupposto di fatto.
Semmai dal contenuto del ricorso si potrebbe desumere un omesso esame di specifici elementi che costituiscono un difetto di motivazione su un punto decisivo della controversia denunciabile alla luce dell’articolo 360 n. 5) del Codice di procedura civile ma non certo un errore di fatto.

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