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Solo il 28% delle aziende italiane ha un piano completo

Sanno del regolamento europeo, ma solo il 38% di tutti gli intervistati (28% in Italia) ha in atto un piano completo per garantire la conformità con il Rgpd (il regolamento Ue), mentre la maggioranza è a rischio di sanzioni per non conformità. È quanto emerge dai risultati di una ricerca commissionata dalla società informatica Compuware Corporation e condotta da Vanson Bourne coinvolgendo circa 400 chief information officer di grandi aziende operanti in Francia, Germania, Italia, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti.

Il risultato collima con il risultato di un’altra indagine, più mirata, di Federprivacy: il 32% delle imprese non sa ancora se rientra o no nell’obbligo di nomina del Data protection officer (Dpo), e un’azienda su cinque ha collocato la funzione privacy nell’area IT, con rischi di conflitti d’interesse e sanzioni.

Secondo la ricerca Vanson Bourne, il 60% delle aziende statunitensi che possiedono dati di clienti europei ha dichiarato di avere un piano dettagliato e di ampia portata.

Le aziende del Regno Unito sono, invece, le meno preparate, con solo il 19% di organizzazioni già pronte al via.

Tra i maggiori ostacoli all’adeguamento, le imprese italiane (64%) segnalano i costi diretti e indiretti. Inoltre, il 75% delle organizzazioni (56% in Italia) ha dichiarato che la complessità dei moderni servizi IT implica il fatto che non sempre è possibile sapere dove risiedono i dati di tutti i clienti e quasi un terzo (31% in Europa e Usa, 36% in Italia) ha addirittura ammesso di non poter garantire di riuscire a trovare tutti i dati di un cliente.

Peraltro, secondo Federprivacy, se l’entità delle multe ha convinto il 75,7% delle imprese a dotarsi anche di un referente interno per occuparsi dei temi della privacy, nel dubbio se dover designare un Dpo, il 72% non ha ancora nominato nessuno per ricoprire questo ruolo.

E dove è stato nominato nel 25% dei casi è stato selezionato un candidato con un titolo di studio informatico, e un’azienda su cinque (20%) ha scelto una risorsa con retaggio IT, e questo nonostante l’articolo 37 del nuovo testo richieda di designare il responsabile della protezione dei dati (Dpo) «in funzione delle qualità professionali, in particolare della conoscenza specialistica della normativa e delle prassi in materia di protezione dei dati».

Inoltre, ben il 22% delle aziende intervistate ha collocato la funzione nell’area dell’Information technology, esponendosi in tal modo anche a rischi di sanzioni.

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