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«Solidarietà», sotto tiro gli studi

La pioggia di aggiunte e ritocchi sulle regole che disciplinano la responsabilità solidale degli appalti si sono concentrate sull’estensione dei controlli (interesse primo dell’amministrazione finanziaria) e sulle procedure, ma almeno nella fase applicativa non hanno dedicato troppa attenzione alla definizione dei confini entro i quali devono scattare i controlli. Risultato: i professionisti che lavorano con aziende private ed enti pubblici si vedono richiedere sempre più spesso un’autocertificazione sulla propria fedeltà fiscale e contributiva, e in particolare sull’avvenuto pagamento di Iva e ritenute d’acconto sui dipendenti, anche quando il lavoro che il committente deve pagare è una prestazione d’opera lontanissima dagli appalti: un adempimento in più, che viene dettato non dalla legge, ma da un’interpretazione “cautelare” sposata dagli operatori in assenza di indicazioni ufficiali che gli operatori ritengano sufficientemente chiare, e che rappresenta un paradosso ulteriore se si pensa che le norme alla sua base sono state introdotte con il decreto sulle «semplificazioni fiscali» di marzo (Dl 16/2012).
Il tema è quello della responsabilità solidale tra l’appaltatore e il subappaltatore per quel che riguarda in primo luogo il versamento delle ritenute d’acconto e dei contributi previdenziali sui dipendenti. In pratica, in base a questo principio, chi si trova in cima alla catena risponde in solido delle eventuali inadempienze di chi si trova sotto.
L’ampliamento di questo principio è arrivato appunto con il decreto di primavera sulle «semplificazioni fiscali», che all’articolo 2 aveva esteso questa forma di responsabilità al committente negli appalti e aveva ampliato all’Iva il raggio d’azione dei controlli agli operatori. Questa delega così ampia, che in pratica trasformava gli operatori in controllori a tutto campo per conto dell’amministrazione finanziaria, aveva mostrato subito i propri problemi applicativi al punto che, meno di quattro mesi dopo, il decreto «sviluppo» era intervenuto a precisare un po’ il raggio delle verifiche: l’appaltatore, in base a questa norma, deve controllare i versamenti di ritenute e Iva solo per le prestazioni collegate al contratto, e soprattutto l’acquisizione di documenti che attestino la fedeltà fiscale dell’appaltatore o del subappaltatore è sufficiente a cancellare le responsabilità del committente.
Tutto questo, appunto, dovrebbe verificarsi nel campo degli appalti, ma nei fatti si sta sempre più estendendo a tutte le transazioni: si ha notizia di Comuni, anche grandi, che chiedono autocertificazioni a professionisti titolari di prestazioni d’opera, o di aziende che affidano a commercialisti o avvocati pratiche fiscali o difesa in giudizio e richiedono le “pezze” a copertura ai loro consulenti. Una prassi che moltiplica gli adempimenti a carico dei professionisti, in tempi di pagamenti già difficili a causa della congiuntura economica (non solo quando il committente è pubblico), e che meriterebbe un chiarimento ufficiale soprattutto perché fiorisce al di fuori degli obblighi di legge.
Nel caso dei committenti pubblici, questa verifica si incrocia con quelle previste dall’articolo 48-bis del Dpr 602/1973, che chiede agli uffici pubblici di controllare la situazione fiscale del beneficiario prima di effettuare pagamenti superiori a 10mila euro. Val la pena di ricordare che però, in questi casi, il lavoro di verifica è tutto demandato all’ammministrazione, e non carica di nuove procedure i professionisti già impegnati nell’eterna attesa di vedersi liquidata la fattura.

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