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Soldi pubblici, truffa per due

La confisca spiccata ai sensi della «231» in seguito al reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche è una misura che colpisce i beni e i soldi della società e dell’imprenditore.

Sussiste, in questi casi, una solidarietà passiva fra ente e manager.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con la sentenza 21227 del 26 maggio 2014, ha respinto il ricorso di un noto imprenditore milanese.

La difesa lamentava che la misura avesse colpito tanto i beni dell’ente quanto i suoi.

La tesi non ha fatto breccia presso il Tribunale di Milano. Stesso epilogo in Cassazione.

In particolare per la seconda sezione penale, l’art. 322-ter c.p. non prescrive che il profitto del reato sia conseguito personalmente dall’autore del fatto, ma suggerisce anzi il contrario quando esclude la confisca nei confronti di persona estranea al reato, implicando l’eccezione che se la destinazione finale del profitto raggiunga un terzo che non possa comunque considerarsi estraneo al reato, la confisca per equivalente dei beni del colpevole debba ritenersi ugualmente legittima.

I principi trovano applicazione proprio nei casi in cui nel fatto di reato siano coinvolte società o enti collettivi privi per dir così della capacità di assumere la qualifica di imputato, ma comunque identificabili come strumenti dell’illecito penale. Qui, la tesi difensiva comporterebbe la singolare conseguenza che lo schermo societario metterebbe invariabilmente al riparo l’autore «fisico» del reato dalle sanzioni patrimoniali connesse alla condotta incriminata, trascurando, oltretutto, attraverso questa definitiva «scissione», che l’ente collettivo è capace di essere centro autonomo di imputazione di effetti giuridici solo grazie all’agire dei soggetti fisici che lo rappresentano. In altre parole, il profitto diretto e immediato del reato può essere conseguito solo dal soggetto fisico che agisca come organo o rappresentante dell’ente, a nulla rilevando che esso sia riversato a favore di quest’ultimo, perché ciò può comportare solo l’estensione delle sanzioni patrimoniali a carico dei soggetti non persone fisiche, non l’esclusione delle sanzioni nei confronti dell’autore materiale del fatto.

In altre parole, con riguardo al reato di truffa, il profitto ingiusto non deve necessariamente essere conseguito dal soggetto che pone in essere la condotta fraudolenta, atteso che la norma esige soltanto il nesso causale tra tale condotta e il profitto, restando indifferente che sia un terzo – consapevole – a trarre il beneficio illecito dal raggiro, e fatta salva comunque l’ipotesi di concorso nel reato, in forza del quale gli atti dei singoli sono considerati nel contempo loro propri e comuni anche agli altri compartecipi.

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