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Soldi per sforare il patto

Il neopresidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, vara il tanto atteso piano da 315 mld di euro di investimenti per l’Europa, senza strappi, «scorpori» o nuova «flessibilità» per gli Stati. Per le capitali che volessero contribuire volontariamente al nuovo «Fondo europeo per gli investimenti strategici» che, grazie all’ingegneria finanziaria, mira a mobilitare 315 mld in tre anni partendo da 21 (come anticipato da ItaliaOggi martedì), le regole sono le stesse che valgono per il fondo salva-Stati. Vale a dire che la Commissione terrà conto del contributo con «atteggiamento favorevole» al momento di vagliare i bilanci nazionali e il rapporto deficit/pil. È qualcosa, ma non l’assoluzione automatica dagli «sforamenti». Gli investimenti target del fondo, inoltre, non prevedono quote per paesi, né per settori. Conta solo la qualità dei progetti, decisa da una task force formata da Commissione e Banca europea degli investimenti. Quale Stato darebbe risorse proprie a un fondo che magari le investe in un altro Paese? Qualche settimana fa, si scommetteva sulla Germania. A inizio novembre, sotto pressione del resto dell’Ue che da mesi invita Berlino a spendere di più, il ministro delle finanze Wolfgang Schaeuble ha annunciato che il governo tedesco avrebbe investito 10 mld di euro in risorse pubbliche. Molti hanno fatto due più due: il fondo ha il suo sponsor. Poi però Schaeuble ha precisato che la Germania avrebbe investito solo una volta raggiunto il pareggio di bilancio, nel 2015. L’Italia, da parte sua, «non ha ancora esaminato l’ipotesi di conferire risorse al Fondo» ha detto ieri a Strasburgo il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan. Perché «non sappiamo ancora come funziona» e quali implicazioni avrà «dal punto di vista del rispetto del Patto di Stabilità». Se gli Stati non sono tanto interessati a dare, quanto a incassare – e per come funziona il budget Ue – a Juncker restava la sola opzione di mettere insieme un meccanismo finanziario scommettendo sulla capacità di attrarre la «grande liquidità presente sul mercato». Il fondo di base è composto da 5 mld che sono «veri» e vengono dalla Bei, e altri 16 dal bilancio Ue. In realtà, queste ultime risorse sono in forma di «garanzia» e poggeranno su soli 8 mld a bilancio, spostati da rubriche esistenti come il Connecting Europe facility (3,3 mld), il programma per la ricerca Horizon 2020 (2,7 mld) e dai «margini del bilancio» Ue (2 mld). In anni recenti i margini del bilancio Ue sono stati oggetto di battaglie, anche nello stesso collegio dei commissari. «Sarà difficile trovarli», ammette una fonte Ue, «ma abbiamo tempo fino al 2020 e gli strumenti per riuscirci». A chi fa notare che trasformare 21 mld in oltre 300 implica un non scontato fattore di moltiplicazione di 1:15, lo stesso Juncker replica che con soli 10 mld di incremento di capitale operativi da gennaio 2013, la Bei «ha trasferito nell’economia reale 180 mld di euro» (1:18). I conti su questo intervento, però sarebbe bene farli nel 2015, cioè quando la Bei dovrebbe raggiungere l’obiettivo fissato, che è triennale. Altri elementi del pacchetto: dei 315 mld che si punta a raccogliere, 240 saranno destinati a «investimenti strategici», e 75 mld a progetti per le pmi. Aldilà delle cifre il piano è anche un grande sforzo di assistenza tecnica, con il nuovo «Servizio di consulenza europea per gli investimenti» per selezionare e accompagnare i progetti ed eliminare le barriere amministrative che riducono la propensione al rischio dei privati. Se il piano porterà o meno risultati, insomma, sembra più una questione di qualità che di quantità. E la palla passa agli Stati: dei quasi 2000 progetti arrivati a Bruxelles, di cui 400 italiani per quasi 40 mld, quanti saranno quelli in grado di incidere davvero sulla crescita per tutta l’Ue?

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