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Soldi buttati. Cashback ome investire meglio i prossimi tre miliardi

Che cosa ci insegna l’esperienza del cashback che il governo ha sospeso fino a dicembre? La discussione intorno a una misura tanto generosa quanto contestata riassume perfettamente alcune torsioni politiche ed economiche del periodo pandemico. Non esistono più vincoli di bilancio (per ora); le risorse sembrano infinite; i miliardi di euro leggerissimi come la musica di una celebre hit estiva. L’idea di un costo opportunità — ovvero che cosa potrei fare di più utile per tutti con i quasi 5 miliardi stanziati per il cashback — è finita nel cestino della storia insieme a termini desueti come austerità, sobrietà e lotta agli sprechi. Chi parla più di spending review? Non era un esercizio di ottusa tirchieria bensì una pratica di gestione responsabile. A maggior ragione necessaria oggi quando una parte del Paese è più povero e il suo sistema sanitario in estrema sofferenza.

In economia le risorse sono e rimangono per loro natura scarse. Ma uno degli effetti collaterali dei sussidi e dei prestiti europei — cui affidiamo la nostra rinascita, non solo economica — è quello di aver diffuso una falsa sensazione di abbondanza. Tanto è vero che si pensava — con il precedente esecutivo — di finanziare la prosecuzione del cashback attingendo ai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). La misura (prevista dalla legge Bilancio 2020 e disciplinata dal decreto del 24 novembre 2020 n.156) era stata subito criticata dalla Banca centrale europea (Bce) e dall’Ufficio parlamentare di Bilancio presieduto da Giuseppe Pisauro. Il governo Conte la considerava però una priorità per favorire, incrementando i consumi, un maggiore uso delle carte di credito e dei pagamenti digitali nell’ambito del programma Piano Italia Cashless. Giusto obiettivo in un Paese nel quale il contante — principale veicolo dell’evasione fiscale — è ancora così diffuso.I dati

Secondo un’indagine di PagoPa, il cashback un suo deciso contributo pare averlo dato. Anche se è impossibile calcolare quale sia stata la spinta autonoma dovuta alle nuove abitudini innestate dalla pandemia. Al 31 maggio scorso, gli utenti attivi risultavano essere, nella versione avviata a inizio anno, 8,7 milioni di cui 5,1 avevano maturato il rimborso nel limite del 10% della spesa per un massimo di 150 euro. Nel precedente periodo (8-31 dicembre 2020) erano stati 4,6 milioni, di cui 3,2 con relativo rimborso. Le transazioni, negli ultimi cinque mesi della rivelazione di PagoPa, l’ente attuatore, sono state pari a una media di 4 milioni al giorno per un importo medio di 35,7 euro. Cioè il cashback ha intercettato poco più di 4 miliardi mensili sui circa 19 totali nei punti vendita fisici (come si sa l’online era ovviamente escluso dal beneficio). La transazione media è poi diminuita, da dicembre, del 23 per cento incoraggiando l’abitudine — ancora poco diffusa — di pagare con carte e app anche per piccoli importi.

Oltre un terzo degli utenti attivi (35,66%) aveva meno di 40 anni; circa un quinto (19,13%) più di 60. La parte del leone, nella caccia al cashback, l’hanno fatta gli italiani con età compresa tra i 40 e i 60 anni. L’esistenza di un super cashback (1500 euro) ha prodotto poi una serie di comportamenti anomali che, tra i primi mille utenti attivi, ha raggiunto anche il 20% con più di dieci transazioni per singolo esercente (anche per importi irrisori al di sotto dei 30 centesimi).

Se fosse stato messo qualche limite in più — per esempio quello di un solo pagamento al giorno per punto vendita — alcune anomalie si sarebbero potute facilmente evitare. D’accordo, l’incentivo per un maggiore uso dei pagamenti digitali era ed è del tutto comprensibile, nonostante il nostro Paese abbia costi di transazione tra i più bassi d’Europa. Il governo, nel sospendere il cashback, ha varato un credito d’imposta a favore dei commercianti per spingerli a dotarsi di strumenti adeguati. Il nostro Paese, tra l’altro, è in Europa quello con i più bassi costi di transazione. Va ricordato però che la promessa fatta, al momento della decisione dell’esecutivo Conte, di cancellare le commissioni al di sotto dei 5 euro non è stata rispettata. La premialità rimane poco giustificata se si pensa al costo complessivo dell’intera operazione. In totale, fino a tutto il 2022, 4 miliardi 752,2 milioni. Cinque volte il costo del reddito di emergenza (Rem) come ha notato, sul Foglio, Luciano Capone. Per il 2021 era previsto un esborso di 1,75 miliardi e di 3 miliardi per il 2022. Si potevano e si possono spendere, o meglio investire in modo migliore quei soldi? Anche i residui sostenitori del cashback, come Stefano Patuanelli, possono sinceramente rispondere di sì. Il ministro Cinque Stelle dell’Agricoltura ha il tavolo ingombro di valide alternative in grado di creare, con quasi 5 miliardi, occupazione, sostenibilità, maggiore tutela dell’ambiente e del territorio.

Miliardi, si badi bene, che ora si ritengono — con un acrobatico avvitamento contabile — in parte addirittura risparmiati. Erano debiti. Non si è mai visto, nemmeno in letteratura, un debitore individuale trasformarsi in risparmiatore per il semplice fatto di dover chiedere meno prestiti. Gli strenui difensori del Reddito di cittadinanza — che di lavoro ne ha creato ben poco — dovrebbero guardare con una certa diffidenza il fatto che il cashback abbia restituito soldi anche a consumatori largamente abbienti senza distinzione del tipo di spesa, anche per i beni di lusso. Alberto Dalmasso, fondatore e chief executive officer di Satispay, la più promettente delle società italiane di pagamenti digitali, è ovviamente dispiaciuto per la sospensione del cashback che ritiene poteva essere studiato e comunicato meglio. «Ma l’effetto è stato sicuramente positivo, anche a fini fiscali, per creare frequenza di utilizzo soprattutto per gli importi minori». Satispay ha raddoppiato le transazioni e raggiunto 1,8 milioni di clienti. Cresce al ritmo del 60%. E proseguirà con un cashback supplementare: limite massimo di 2 euro a operazione e non più di 25 euro di rimborsi mensili.

I sostenitori del cashback hanno insistito molto su un altro aspetto, ritenuto del tutto qualificante. L’incentivo ai pagamenti con carta o app avrebbe permesso di migliorare la lotta all’evasione e alle attività «in nero». Tanto per cominciare la misura — lo ha spiegato bene il premier — era regressiva. L’esatto contrario della progressività fiscale scritta nella nostra Costituzione. Carte e app sono state usate nei punti vendita (come la grande distribuzione) dove sono già largamente impiegate. E assai meno negli esercizi commerciali più tradizionali. Più della metà di coloro che hanno aderito alla cosiddetta lotteria degli scontrini – anche questa diretta a promuovere i pagamenti digitali e a contrastare l’evasione – lo ha fatto in un supermercato. «Il programma di cashback — si legge nel Rapporto 2021 sul coordinamento della finanza pubblica della Corte dei conti — non raccoglie informazioni di dettaglio circa la categoria merceologica e la localizzazione degli esercenti. Risulta pertanto paradossale che le informazioni, di cui ordinariamente dispongono gli acquirer e le organizzazioni che analizzarono i settore dei pagamenti elettronici non siano conoscibili dalle istituzioni pubbliche che hanno finanziato l’iniziativa». «Permane — si legge più avanti — la preclusione all’utilizzazione dei dati relativi ai pagamenti elettronici effettuati dai consumatori finali per le attività di controllo, stante la mancata attuazione dell’articolo 1 comma 682 della legge 27 dicembre 2019, n.260, in forza della quale i dati contenuti nell’archivio dei rapporti finanziari da parte dell’Agenzia delle Entrate e della Guardia di Finanza sono utilizzati per le attività di analisi del rischio e di controllo ai fini fiscali». Tutta colpa della privacy. Ma non si poteva prevedere prima di buttare via tutti quei soldi?

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