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Una sola deontologia professionale

Professione che svolgi, principi deontologici che trovi e che devi attentamente osservare. Ma guardando tutte le professioni allo svolgimento di attività di consulenza economica, per il cliente azienda o privato, è possibile immaginare un terreno comune su cui convergano le regole deontologiche di avvocati, notai e dottori commercialisti.

È il messaggio emerso al termine di una serie di incontri promossi da Mopi – Marketing e organizzazione delle professioni – che si sono svolti nei mesi scorsi a Milano per esplorare le regole deontologiche applicabili a diverse professioni ordinistiche.
L’obiettivo era quello di capire se e come fosse possibile organizzarsi in modo multidisciplinare tra professioni diverse. Partendo dalle differenze che tuttora esistono.

«Tra le professioni più vicine a quella legale, quella dei dottori Commercialisti e Revisori Contabili ha regole più puntuali e precise», spiega Giovanna Raffaella Stumpo, avvocato ed esperta di deontologia professionale. «Così il loro Codice deontologico integra l’obbligo nei comportamenti anche personali del professionista deontologicamente rilevanti che abbiamo anche noi avvocati, di tenere un comportamento consono a dignità, decoro e probità- anche all’onore e all’immagine della professione. Richiamo quello dell’immagine che ritroviamo meglio scritto anche in tema di pubblicità, posto che la regola del Codice dei commercialisti è che sia il messaggio pubblicitario sia la scelta dei mezzi di comunicazione devono ispirarsi a «criteri di buon gusto e all’immagine della professione».

Nei rapporti con il cliente il Codice dei commercialisti specifica in più rispetto a quello forense che l’assistenza non solo va improntata a correttezza e lealtà ma anche alla «tutela dei giusti interessi» del cliente, con l’obbligo di assicurare non solo «la specifica competenza richiesta» (quindi la specializzazione) ma «anche una adeguata organizzazione di studio».
Nei rapporti con il praticante la deontologia dei Commercialisti è più esigente, prevedendosi che «il professionista, dopo aver illustrato i principi fondanti ed i contenuti del codice deontologico al praticante, ne consegna una copia», e che egli «deve fornire al tirocinante un idoneo ambiente di lavoro».

Facendo un cenno alla deontologia notarile la differenza sul delicato tema della pubblicità è più evidente. «La regola deontologica notarile», aggiunge la Stumpo, «mostra uno spessore notevole e di dettaglio, là dove si prevede che nell’interesse collettivo, è consentita la pubblicità informativa improntata alla sobrietà, concernente i dati personali attinenti all’attività e situazioni ed elementi organizzativi fondati su dati obiettivi e verificabili».

«Il tema della deontologia professionale deve permeare qualsiasi attività dello studio legale. Anche in uno studio come Dentons che applica modelli organizzativi, di gestione ed un approccio al mercato propri di una multinazionale, l’etica della professione, è un elemento imprescindibile che guida anche le scelte di marketing e comunicazione. I doveri di probità, dignità e decoro rappresentano il discrimine tra ciò che è consentito fare e quello che non lo è. E non trovo che rappresentino un limite, anzi ci consentono di tenere alta la qualità di ciò che facciamo» commenta Daniela Morante, marketing & business development manager di Dentons.

«Quando si lavora nel marketing di uno studio professionale è necessario improntare la propria attività alla deontologia che deve indirizzare il professionista in ogni sua azione», ricorda Gaia Francieri , business development manager di Simmons & Simmons e socio fondatore di Mopi. «Negli ultimi anni il Codice deontologico forense ha subìto numerose modifiche soprattutto nell’ambito della comunicazione esterna dello studio e di conseguenza anche l’attività dell’ufficio marketing si è andata modificando. Se andiamo solo a 20 anni fa i casi di illecito disciplinare si riferivano ad esempio all’inserimento del proprio nome in grassetto nell’elenco telefonico, oggi tutto ciò ci fa sorridere. Infatti, dalla Bersani del 2006 in poi, con l’abrogazione del divieto, anche parziale, di svolgere pubblicità informativa, le cose sono profondamente cambiate. L’ultima modifica all’art.35 del codice deontologico di maggio 2016 apre addirittura alla possibilità di utilizzare qualunque mezzo di comunicazione purché il messaggio sia rispettoso dei principi di dignità e decoro della professione».

«Ci sono moltissime analogie tra i codici deontologici delle diverse professioni soprattutto sul ruolo sociale delle figure professionali analizzate, e sull’importanza di mantenere un certo comportamento anche al di fuori dell’attività lavorativa», conclude la Francieri, «ma anche numerose differenze; come ad esempio sulla possibilità di spendere il nome dei propri clienti. Ultimamente stanno nascendo numerosi Studi associati che uniscono sotto un comune brand, professionisti appartenenti ad albi diversi, ad esempio commercialisti e avvocati, o architetti e ingegneri; ed il loro approccio al marketing deve per forza di cose passare dall’incontro e dal confronto dei rispettivi codici deontologici».

Ma qual è il reale fabbisogno formativo dei legali oggi in tema di deontologia? «Personalmente e dovendo tenerne conto anche per la consulenza organizzativo manageriale e di comunicazione allo Studio di cui mi occupo, ritengo che la regolamentazione di legge professionale e collegate regole di deontologia sia di fondamentale importanza per tutte le professioni in generale e per quelle ordinistiche in particolare» aggiunge la Stumpo. «Quale formatore anche su queste materie, tristemente rilevo che tali ambiti sono appannaggio principalmente dei giovani praticanti nella preparazione propedeutica all’esame di Stato (per l’orale la deontologia è materia obbligatoria). Mentre l’avvocato avviato, trascura di approfondire le ricadute applicative della materia- e sue revisioni ed aggiornamenti che sopravvengono negli anni – nel quotidiano operativo di Studio. C’è quindi molto da fare sulla formazione, ma vorrei dire meglio sulla «consapevolezza» continua del professionista maturo, in materia» chiosa la legale intervistata.

Come si misura il vantaggio competitivo che una maggiore propensione ai temi deontologici porta al professionista? «In mancanza attuale di una formula che, anche giuridicamente, espliciti come realizzare una attività di Studio realmente multi/inter disciplinare secondo le previsioni di cui già alla normativa Bersani, la deontologia diventa il primo elemento su cui lavorare per una base comune e su cui costruire un possibile modello. Più che di vantaggio competitivo e dato che per tutte le professioni ordinistiche le regole deontologiche esprimono «canoni comportamentali attesi» e «divieti passibili, se violati, di conseguenze disciplinari», penso peraltro che per tutte le diverse tipologie di professionista serio ed attento nel proprio settore di attività, padroneggiarle, applicarle e –comunicarne il rispetto- nel quotidiano sia necessario per complementare la normale operatività dell’esercizio della professione; oltreché un atto dovuto, nei confronti certamente del cliente, della parte assistita e degli stakeholders rilevanti, ivi comprese le istituzioni ordinistiche di appartenenza, e soprattutto la nostra comune società» conclude la Stumpo.

Federico Unnia

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