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Sofferenze, rimborsi e credito cooperativo arriva il decreto-banche

Entra nel vivo il valzer delle fusioni e acquisizioni bancarie, perché se come pare Bpm e Banco Popolare si preparano a mettere insieme le forze, una volta che saranno aperte le danze anche le altre banche, che finora sono state spettatrici, dovranno affrettarsi a trovare un partner prima che spariscano tutti i pretendenti migliori. Ma il mercato attende anche di conoscere il dettaglio dei contenuti del cosiddetto decreto Banche, una riforma che nasce in salita, non solo perché sarà difficile trovare un accordo sui vari temi in agenda, ma perché continuare a procrastinare la normativa potrebbe esasperare ancora i mercati. Gli investitori internazionali, infatti, in questo momento sono molto diffidenti rispetto al comparto del credito tricolore e alle istituzioni che lo governano. Tanto più che il decreto, la cui discussione era in agenda per la scorsa settima è stato rinviato a venerdì 5 febbraio, dovrà fare chiarezza su ben quattro temi spinosi del comparto bancario, che peraltro presentano diverse complicazioni a cascata che a loro volta dovranno essere chiarite.
Il primo punto della riforma riguarda le sofferenze bancarie, e come dovranno essere gestite nell’ottica della creazione della cosiddetta “bad bank”. Il secondo aspetto in realtà è un corollario del primo, dato che il decreto si pone anche l’obiettivo di riformare la normativa per ridurre i tempi legali per il recupero dei finanziamenti erogati ai creditori morosi, per i quali la giustizia ordinaria impiega in media 7 anni, un paradosso che rende impossibile tutelare il credito e che fa dell’Italia il fanalino di coda d’Europa quanto a certezza del diritto. Trovare un modo per escutere velocemente i crediti incagliati, sarebbe anche la via per sostenere il valore intrinseco delle sofferenze, visto che permetterebbe alle banche e ai fondi specializzati di rientrare più in fretta dei prestiti finiti in mora.
Il terzo punto del decreto è la riforma della Bcc, da cui si prevede la creazione di una holding unica per il settore delle banche corporative – sulla falsariga di quanto fatto in Francia con il Credit Agricole – per compattare un sistema di micro istituti e dargli forza in una fase economica delicata. Il quarto e ultimo punto, dovrà invece definire i tempi e i modi dei rimborsi ai risparmiatori che hanno perso quanto investito nelle quattro banche (Carife, Carichieti, Banca Etruria e Banca Marche) salvate lo scorso novembre scorso.
Una volta licenziato il decreto, c’è da aspettarsi un accelerata del processo decisionale, che porterà a una nuova ondata di concentrazioni bancarie. Scritta la norma sulle sofferenze e su come recuperarle in tempi brevi, gli istituti sapranno su quali basi negoziare una fusione, e il mercato conoscerà le regole in base a cui gli investitori potranno decidere di tornare a investire, influenzando così anche le valutazioni e i concambi delle future integrazioni. La prima operazione è già stata annunciata – e salvo intoppi allo stato non prevedibili- si perfezionerà con le nozze tra Bpm e Banco Popolare. A seguire chi è rimasto senza partner, dovrà fare le sue mosse: Ubi in primis, dato che l’istituto fino all’ultimo ha esplorato la possibilità di un menage a trois con le due ex popolari del nord. Lo stesso vale per Bper, spesso al centro di voci su un’aggregazione, e infine anche Banca Carige – che da mesi è alla ricerca di un buon partito, dovrà affrettarsi a cercare un possibile pretendente altrimenti corre il rischio di rimanere zitella.
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