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Sofferenze e banche: la svolta del sistema

All’inizio della settimana scorsa, il governo italiano ha scelto una strategia che varie volte in precedenza era stato accusato di non aver perseguito: il gioco d’anticipo. A Bruxelles, i suoi emissari hanno presentato alla Commissione europea la struttura dell’operazione poi lanciata ieri sera. Sia agli uomini del presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, che a quelli del commissario alla Concorrenza Margrethe Vestager. I negoziatori di Roma hanno spiegato nei dettagli il progetto di infondere capitali privati e della Cassa depositi e prestiti in una società-veicolo pronta a comprare azioni di banche in difficoltà o crediti in default.

L’obiettivo intermedio è garantire che vadano in porto gli aumenti di capitale della Popolare di Vicenza, di Veneto Banca e del Banco Popolare (in vista della fusione di quest’ultimo con la Banca popolare di Milano). Ma l’obiettivo di fondo è, se possibile, più delicato: asportare dal Monte dei Paschi di Siena parte dei prestiti sprofondati in sofferenza, senza obbligare Siena a dissanguarsi in nuove violente svalutazioni.

Gli emissari italiani hanno spiegato che le risorse per questa operazione sarebbero arrivati dal mercato: le grandi banche, varie compagnie assicurative, le fondazioni, mentre per gli acquisti dei crediti in default anche alcuni fondi esteri hanno espresso interesse a partecipare nel veicolo. Tutto sarebbe stato costruito in modo da evitare la contestazione di un aiuto di Stato, che porterebbe a falcidiare investitori e risparmiatori e farebbe saltare l’intero progetto. Il governo sarebbe rimasto fuori dalla società — è stato spiegato a Bruxelles — mentre il contributo di ciascun partecipante sarebbe stato volontario nella scelta di esserci e libero nelle somme versate. Non ci sarebbe stata ripartizione prefissata degli oneri.

La risposta europea, per il momento: andate avanti. Juncker non ha alcun desiderio di esacerbare la crisi bancaria italiana, i funzionari di Vestager non trovano appigli giuridici per farlo.

Almeno per adesso dunque, in attesa dei dettagli, sembra dunque procedere senza intoppi a Bruxelles il progetto di sostenere le banche italiane più fragili. Avanza anche se il valore al quale la società-veicolo potrebbe acquistare i crediti di Mps sarà più alto di quello che oggi sono pronti a riconoscere i fondi speculativi specialisti nel mestiere. Questi ultimi puntano a comprare i crediti inesigibili di Mps (e degli altri istituti) in media al 20% circa del valore originario dei prestiti. Se per ipotesi Siena cedesse per intero la sua massa da 46 miliardi di crediti deteriorati a queste condizioni, il patrimonio della banca finirebbe spazzato via. Il veicolo in formazione cerca di mitigare questo problema: dovrebbe comprare a prezzi più alti, potenzialmente guadagnando meno o rischiando di più, in modo tale da evitare a Mps nuove perdite insostenibili. Ma questa sarà una società di gestione del risparmio, dunque ha tasche pazienti; non ha obblighi di aggiornare continuamente il valore del suo bilancio, né vincoli di capitale. D’altra parte aiuteranno anche le misure del governo in arrivo sui tempi di presa di possesso degli immobili a garanzia dei prestiti: dei pignoramenti più rapidi fanno salire il valore dei crediti, sostenendo i bilanci degli istituti e quello della nuova società-veicolo.

È presto per capire se il nuovo approccio basterà a stabilizzare il sistema finanziario in Italia. Ma probabilmente non si sarebbe arrivati questa accelerazione se gli istituti non fossero stati messi spalle al muro dalla Banca centrale europea. L’intransigenza di Francoforte nel vigilare sulle aziende di credito in Italia spesso è stata fuori proporzione, specie mentre verso banche tedesche la Bce chiudeva entrambi gli occhi. La stessa rigidità della Commissione Ue durante il fallimento di quattro piccole banche, a novembre scorso, è stata discutibile.

Parte del risultato però è evidente in questi giorni: una netta risposta del sistema finanziario in Italia, proprio come Maastricht obbligò i governi di Roma degli anni 90 ad affrontare il loro deficit fuori controllo. Altamente imperfetto, spesso senza logiche precise, il vincolo europeo continua a funzionare in Italia. Specie quando la obbliga a fare i conti con problemi troppo a lungo spazzati sotto il tappeto.

Federico Fubini

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