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Sofferenze bancarie, l’Europa avanza a fari spenti

Qualche settimana fa il Fondo Monetario Internazionale ha collocato le banche italiane tra le peggiori d’Europa per tasso di bad loans (l’incidenza sui crediti sani delle partite giudicate in tutto in parte inesigibili). Si è trattato di uno scivolone, perché i dati diffusi dal Fmi (Italia 10,7%, Spagna 5,6%…) erano basati su statistiche disomogenee.

Come rimarcato anche dall’Abi, in Italia seguiamo una definizione di bad loans particolarmente rigorosa, che include anche le situazioni di temporanea difficoltà del debitore (i cosiddetti “incagli”) o i prestiti per i quali il cliente continua a pagare regolarmente, ma ha ottenuto dalla banca una rinegoziazione dei termini (i “ristrutturati”). Le banche estere invece adottano spesso un perimetro più ristretto, e i loro dati cambierebbero sensibilmente se misurati con standard “italiani”. Secondo Matteo Ramenghi di Ubs, ad esempio, per ogni 2 euro di bad loans le banche spagnole ne hanno altri tre di ristrutturati_

Ma vi è di più. Per cominciare, lo stock di bad loans in Italia si svuota più lentamente, perché le procedure concorsuali necessarie per ottenere la liquidazione del patrimonio di un’impresa e la sua ripartizione tra i creditori sono mediamente più lunghe e tortuose. Una parte non trascurabile delle sofferenze caricate nel 2012 faranno compagnia alle banche fino al 2018 o al 2020, mentre gli istituti stranieri riusciranno a liberarsi più rapidamente dell’ingombrante compagnia dei cattivi crediti.

Il dato sui crediti a rischio, inoltre, conta poco se non accompagnato da un’indicazione sulle riserve già accantonate e passate a conto economico. Per capirci, se 100 milioni di prestiti sono in forse ma la banca li ha già svalutati per il 90%, il pericolo di ulteriori perdite non supera i 10 milioni. La maggior parte delle banche italiane pungolata dalla Banca d’Italia, ha adottato politiche di copertura relativamente rigorose.

Il confronto internazionale tuttavia non è agevole, perché gli istituti europei seguono regole molto diverse. C’è chi considera le garanzie reali (per esempio le ipoteche) una forma di copertura assimilabile alle riserve e le include nel calcolo del tasso di accantonamento. C’è addirittura chi conteggia al numeratore le riserve accantonate sugli incagli, ma poi “dimentica” di mettere gli incagli stessi nel denominatore, gonfiando il quoziente di copertura come un palloncino.

Possiamo dunque tirare un sospiro di sollievo? Niente affatto. Come diceva il Poeta, l’Unione Europea sta guidando a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire. È incredibile infatti che gli Stati Uniti di Europa non abbiano ancora un set di statistiche bancarie omogeneo, trasparente e pubblicamente consultabile come accade negli Usa (dove una base dati chiamata Call Report esiste da anni e ogni tre mesi viene aggiornata su internet a beneficio di analisti e ricercatori). Da questo punto di vista l’Autorità Bancaria Europea, che molti in Italia accusano di eccessivo interventismo, ha forse peccato di troppa timidezza, penalizzata da una severa carenza di risorse e frenata dalle resistenze delle banche (che non vogliono dare troppa pubblicità alle loro virtù_) .

Sono questi i problemi reali di cui deve occuparsi chi ha a cuore la vigilanza sulle banche europee; se non vengono risolti, trasferire le competenze da Roma a Francoforte può rivelarsi un viaggio a luci spente.

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