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Socio con quote ridotte: rimedio reale se il no è senza motivi

Il comportamento dei soci può costituire un abuso anche se essi detengono quote di minoranza: in tal caso si parla di abuso di minoranza, situazione che può danneggiare la società tanto quanto l’abuso di maggioranza. Si immagini la situazione societaria che si viene a configurare quando per approvare una certa delibera è necessario il voto favorevole di una certa parte del capitale sociale, voto detenuto dal socio di minoranza. È il caso, ad esempio, delle modifiche statutarie che richiedono una maggioranza qualificata di almeno due terzi del capitale sociale e la compagine è formata da un socio al 60% e un altro socio al 40 per cento. Quest’ultimo, socio di minoranza, detiene diritti di voto sufficienti a impedire che venga eseguita una modifica statutaria richiedente la maggioranza qualificata del 66,66 per cento.
Ora il voto contrario del socio di minoranza potrebbe essere l’espressione di una sua legittima scelta, ma quando emerga la assoluta inesistenza di motivazioni poste a base del voto sfavorevole e, nel contempo, magari un obiettivo volto a danneggiare il socio di maggioranza, si pone in essere un comportamento contestabile quale abuso di minoranza.
A questo punto valutiamo quali siano i rimedi esperibili ipotizzando la situazione di una società a responsabilità limitata nella quale sia verificato un abuso di maggioranza (caso più frequente) ovvero un abuso di minoranza.
La delibera viziata da abuso di maggioranza può essere oggetto di impugnazione da parte dei soci dissenzienti, affinché essa sia annullata con provvedimento del tribunale: il rimedio agisce quindi sul piano reale, cioè annulla una operazione la cui esecuzione, pur votata dalla maggioranza dei soci, non aveva altro obiettivo se non creare danni alla minoranza.
Ben diversa e certamente più sottile è la situazione che si manifesta quando si voglia ipotizzare quali rimedi siano assumibili a fronte dell’abuso di minoranza, il cui esercizio si è tradotto nell’impedire che una certa delibera fosse attuata (pensiamo al blocco di minoranza sulla delibera di aumento di capitale voluta dalla maggioranza) . Quindi non c’è una delibera i cui effetti vanno annullati, e in questo senso si parla di delibera negativa, la cui mancata assunzione può certamente aver creato dei danni. Ma se l’unico rimedio ipotizzabile si limitasse al risarcimento del danno provocato avremmo una situazione asimmetrica: la delibera viziata con abuso di maggioranza viene rimossa (effetto reale), mentre la delibera non assunta per abuso di minoranza darebbe origine solo al risarcimento del danno e nessun altra conseguenza sul piano reale.
È a questo punto che interviene la citata ordinanza del Tribunale di Milano che, nel tentativo di individuare effetti sul piano reale dell’abuso di minoranza, stabilisce che il contenuto della delibera(non assunta per blocco dei soci di minoranza) va inteso come approvato quando, eliminato il voto degli stessi soci di minoranza, si sarebbe conseguito un quorum sufficiente per dare seguito concreto all’oggetto della delibera. Quindi il rimedio si sposta sul piano reale affermando come approvata la delibera, e quindi attuabile il suo contenuto.

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