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«Società tra professionisti? Ci è convenuto chiuderla»

Tre dentisti, due medici, tre commercialisti e due avvocati. Sono loro i magnifici dieci che hanno recepito la disciplina sulle società tra professionisti. Le Stp sono state introdotte dal governo Monti con l’obiettivo di liberalizzare il mercato e sono diventate legge dal 22 aprile scorso ma non sono mai decollate a causa di diverse incertezze sul trattamento fiscale e contributivo. Il risultato è da dieci, nel senso che le nuove Stp si contano sulle dita di due mani. Anzi no, per la verità l’ultimo aggiornamento ne conta otto. Sì perché una delle due Stp formate da avvocati si è appena sciolta. Una marcia indietro clamorosa nata dal fatto che per gli avvocati la questione è ancora più complessa e intricata.
A fare il passo indietro sono stati due avvocati siciliani di Trapani, Vincenzo Scontrino e Francesco Spina, due tributaristi che a giugno avevano deciso si avviare una Stp anomala considerati i tempi che corrono. L’anomalia sta nel fatto che Scontrino è un affermato tributarista classe ‘67 che sceglie come socio un nato nel ‘85 che solo scorso anno ha superato l’esame di Stato. «In effetti per me è stato come realizzare un sogno — racconta Francesco Spina — per me l’avvocato Scontrino è stato il punto di riferimento sin da quando ero universitario e io ero già felice di lavorare per lui. Poi, quando quest’anno ho finito il master di specializzazione alla business school della Luiss, l’avvocato mi ha addirittura proposto di dare vita a una Stp insieme e io ho accettato con entusiasmo».
In effetti si trattava di un triplo salto mortale per un giovane di 28 anni. Sappiamo bene che, anche a causa della crisi, oggi sono davvero pochi i professionisti (esclusi i figli d’arte) in grado di intraprendere un’avventura in proprio. «Io la vedevo come una grande occasione — confessa Francesco — ma dopo qualche mese abbiamo deciso di rinunciare. Il Consiglio nazionale forense aveva mantenuto la sua posizione contro le società tra professionisti e noi abbiamo pensato che fosse più conveniente fare un passo indietro». In effetti per gli avvocati la vicenda è alquanto complessa perché la misura sulle Stp è contenuta nella legge di riforma delle professioni e prevede la possibilità di ingresso di un socio di capitale, un finanziatore che potrebbe anche non essere un professionista. Tutte le categorie hanno preteso, a tutela di autonomia e indipendenza, che il socio esterno possa essere solo di minoranza (può acquisire al massimo il 33 per cento delle quote). Ma agli avvocati non è bastato. Nella legge forense, successiva a quella di riforma delle professioni, è stata inserita una norma che sottrae gli avvocati alla disciplina delle nuove Stp chiedendo al governo di trovare una forma societaria adatta ai legali. La la contromossa del ministero della Giustizia è stata quella di non esercitare la delega per non creare una disciplina speciale. Eppure, anche davanti al richiamo del dicastero della Giustizia, la posizione del Cnf non è cambiata e ad agosto questa era la reazione stizzita dell’organismo supremo dell’avvocatura: «È impensabile che il ministero della Giustizia abbia preferito, silenziosamente e proditoriamente, aspettare la scadenza del termine per applicare agli avvocati regole diverse da quelle che il Parlamento ha approvato. Si tratterebbe di un omissione volontaria di un dovere, oltre che di un atto politicamente astruso». Risultato dello scontro istituzionale? Secondo il Consiglio nazionale forense le regole sulle nuove Stp restano inapplicabili agli avvocati.
E a Trapani c’è qualcuno che fa un passo indietro. «In realtà abbiamo ragionato come nel rugby — sorride Spina  — in quello sport è vietato il passaggio in avanti. E così anche noi abbiamo passato la palla indietro per poi avanzare ugualmente». Nella speranza che prima o poi gli arbitri si mettano d’accordo sulle regole per convalidare una meta.

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