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Società tra avvocati, l’Antitrust vuole meno paletti

Troppi limti alla costituzione di associazioni fra avvocati e multidisciplinari. Nella sua relazione al Parlamento e al Governo in vista della predisposizione del disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza del 4 luglio scorso, l’Antitrust ha sollevato dubbi sull’effettiva liberalizzazione delle attività nel settore della professione legale. Affari Legali ha chiesto ad alcuni degli avvocati che si occupano di Antitrust un parere sulle richieste dell’Agcm.

«L’Autorità Antitrust ribadisce quanto è chiaro da tempo: le restrizioni della recente legge sull’ordinamento forense sono ingiustificate sia da un punto di vista sistematico (contrastano con la normativa sulle professioni liberali, concedendo un privilegio di stampo corporativo agli avvocati), sia da un punto di vista economico», dice ad Affari Legali Alessandro De Nicola, senior partner delle sedi italiane di Orrick. «Non vi sono ragioni che possano giustificare il divieto della società di capitali per avvocati, così come alla multidisciplinarità e all’ingresso di soci di capitale, né le varie limitazioni alla pubblicità, già regolata nel nostro ordinamento, trovano alcun motivo se non un malinteso senso di conservazione che impoverirà ancor di più la classe forense».

Di parere opposto, Stefano Grassani, responsabile del dipartimento Antitrust di Pavia e Ansaldo. «La segnalazione segue un solco già tracciato in materia di tariffe ed ordini. In generale, pur condividendo la spinta verso la concorrenza, emerge a mio avviso una visione puramente ‘mercantilistica’ della professione che mi lascia perplesso; a maggior ragione se avanzata in un momento storico in cui abbiamo forse bisogno più di regole che di laissez faire. Quanto alle tariffe, non sono di per sé sinonimo di qualità e gli avvocati debbono potersi confrontare anche sui prezzi, giustissimo. Qualche limite tuttavia mi pare necessario. La mia paura è che oggi, in nome della concorrenza e della necessità di abbattere le barriere all’ingresso, si rischi invece di amputare una funzione necessaria di verifica e tutela della professione».

Anche per Filippo Fioretti, responsabile del dipartimento Antitrust dello studio legale Simmons & Simmons l’Agcm non tiene conto della specificità della professione. «L’assunto di base dell’Autorità, conforme alla giurisprudenza dell’Ue, è che gli avvocati svolgono un’attività economica e devono essere, quindi, considerati vere e proprie «imprese». A differenza della giurisprudenza comunitaria, tuttavia, l’Autorità nazionale mostra di non apprezzare le differenze sostanziali tra l’attività forense e le altre libere professioni. L’Autorità non affronta il tema della responsabilità individuale dell’avvocato verso i clienti all’interno di strutture aggregative, quali associazioni o società. Per questo le proposte contenute nella recente segnalazione, pur fondate sulla condivisibile motivazione di contribuire all’evoluzione delle organizzazioni professionali in chiave economica globale, appaiono prive di collegamento con la realtà».

Alberto Pera, partner del dipartimento Antitrust dello studio Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners pone un altro tema: «La posizione presa dall’Antitrust sulle società di avvocati mi sembra condivisibile. Il problema allora è di conciliare la necessaria indipendenza di giudizio dell’avvocato e il rispetto degli obblighi deontologici con modalità organizzative che consentano l’acquisizione di risorse che permettano all’impresa legale di svilupparsi e di competere. Il modello della società di avvocati previsto dalla normativa del 2001 evidentemente non funziona, proprio perché non consente la partecipazione di soci capitalisti.

Limitare il ruolo di capitalisti ai soci avvocati finisce per consolidare gli Studi tradizionali e limita le capacità di crescita di studi nuovi. Spero che il legislatore intervenga presto, poiché la società tra avvocati potrebbe essere uno strumento importante per aiutare la modernizzazione della professione».

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