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Società, perdite a doppia via

Nei bilanci 2015 fa il suo esordio l’accantonamento per le perdite delle società e delle aziende speciali previsto dai commi 551 e seguenti della legge di stabilità 2014. Si dà quindi avvio a un percorso graduale che entrerà a pieno regime solo nel 2018, ma che già oggi inizia a sortire i suoi effetti sui bilanci dei Comuni, con la conseguenza di imporre ulteriori accantonamenti per un importo complessivo che probabilmente supererà i 100 milioni di euro.
Il fondo si basa sull’idea che le perdite delle società partecipate debbano pesare sulle Pa locali che le possiedono, in misura proporzionale alla quota di partecipazione. Il fine è quello di responsabilizzare i Comuni sull’andamento delle società e, soprattutto, di evitare la facile elusione di “scaricare” i loro disavanzi sulle aziende.
La norma prevede un periodo transitorio triennale, nel corso del quale si immagina una gradualità di applicazione e, in questo quadro, si è scelto anche di premiare chi riesce a migliorare i conti, riducendo le perdite e attivandosi per un processo di risanamento aziendale. Infatti, l’entità dell’accantonamento – che viene commisurato alle perdite di esercizio per tutte le società e aziende, ad eccezione di quelle di servizi a rete per le quali il parametro è la differenza tra valore e costi della produzione – cambia a seconda che la situazione di bilancio sia in miglioramento o meno.
In sostanza, il comma 552 chiede anzitutto di calcolare il risultato medio del triennio 2011-2013. Questo dovrà essere confrontato con il risultato di esercizio 2014. Se oggi l’azienda è in perdita e nel triennio precedente era in utile o, comunque, se la perdita è aumentata rispetto al dato 2011-2013, il calcolo andrà fatto secondo le modalità previste dalla lettera b del comma 552, altrimenti si ricadrà nella fattispecie, più vantaggiosa, prevista dalla lettera a).
Nel primo caso, più semplice sul piano del calcolo, si richiede che l’accantonamento sia pari al 25% della perdita per il 2015, al 50% per il 2016 ed al 75% per il 2017. Si arriva dunque a regime, con l’accantonamento di una somma corrispondente all’intero reddito negativo, solo nel 2018. Ad esempio, limitandosi a guardare al 2015, se la società fosse stata in utile negli anni precedenti e nel bilancio 2014 presenta invece una perdita di 100, si dovrà accantonare 25.
Poniamo invece che la perdita del 2014 sia 100 e che nel triennio precedente il disavanzo medio fosse di 120. Allora si farà la differenza tra 100 e 120 “migliorato”, ovvero ridotto, del 25% (e quindi 90). Faremo quindi 100 meno 90 e vediamo che l’accantonamento da effettuare è solo 10. Si noti che ove la perdita 2011-2013 fosse stata maggiore, diciamo 160, avremmo avuto 100 meno 120 e che quindi non ci sarebbe stata neppure necessità di fare un accantonamento, nonostante la perdita.
Il meccanismo, quindi, è solo apparentemente complicato, anche se qualche perplessità sussiste. Cosa accade, ad esempio, se un anno ci troviamo sopra la perdita del triennio e nell’anno dopo sotto? Ha senso commisurare, nei servizi a rete, l’accantonamento con un risultato parziale di conto economico? Può nascere la necessità di incrementare il fondo anche in assenza di perdite, ad esempio.
Il fondo potrà essere liberato o aumentando il capitale della azienda in perdita, o perché il rischio di doverne aumentare il capitale per coprire le perdite viene meno, e questo accade nel caso che la società reintegri il patrimonio con utili negli anni successivi, che venga ceduta o che cessi la sua attività perché messa in liquidazione o fallita. Il fatto che in caso di liquidazione si liberi il fondo conferma, per altro, che una Pa non può ripianare il disavanzo di un ente messo in liquidazione.

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