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Società, la nuova mappa dei «paradisi»

La legge di Stabilità 2016 (208/2015) ha ridefinito i criteri di individuazione dei Paesi a fiscalità privilegiata rilevanti ai fini delle società controllate estere (Cfc) e della tassazione integrale degli utili, abbandonando il precedente sistema basato sulla black list del Dm 21 novembre 2001 e ogni riferimento in materia di scambio di informazioni. Ora il Testo unico delle imposte sui redditi (nuovo articolo 167, comma 4) dispone che «i regimi fiscali, anche speciali, di Stati o territori si considerano privilegiati laddove il livello nominale di tassazione risulti inferiore al 50 per cento di quello applicabile in Italia». Sta quindi al contribuente verificare di volta in volta lo status di “paradiso fiscale” dell’ordinamento estero attraverso un costante monitoraggio del livello di tassazione nominale e la presenza di eventuali regimi speciali.
Semplificazione apparente
Il nuovo approccio è meno semplice di quanto possa apparire, rischiando di favorire interpretazioni difformi e, quindi, potenziali contestazioni.
Sul fronte nazionale, una prima questione attiene alla composizione dell’aliquota. Stando ai chiarimenti forniti nel 2010 (circolare 51/E) sull’effective tax rate (comma 8-bis, articolo 167 del Tuir), per il computo del tax rate nominale si dovrebbero considerare solo Ires e eventuali addizionali, escludendo l’Irap. Sicché, per l’anno 2016, saranno considerati a fiscalità privilegiata i Paesi – diversi da quelli appartenenti all’Ue e ai Paesi See white list (espressamente esclusi dal comma 1 dell’articolo 167) con livello di tassazione nominale – cioè non influenzato dalla base imponibile – inferiore al 13,75% (50% di 27,5%).
Dal 2017, con la prevista riduzione dell’aliquota Ires al 24%, il livello di tassazione dovrà invece essere inferiore al 12%. Quindi lo status di “paradiso fiscale” non dipende più soltanto dalle politiche del Paese terzo, ma anche da quelle nazionali che possono modificarsi nel tempo.
Sul fronte estero, la determinazione del livello nominale di tassazione non è così scontata: diversi ordinamenti prevedono (anche per le società) un sistema di imposizione progressivo a scaglioni. In questi casi, non è chiaro quale debba essere l’aliquota alla quale fare riferimento.
I regimi speciali
Anche per i regimi speciali – non considerati nella mappa sottostante – si fa riferimento alla tassazione nominale. Una scelta singolare, perché questi regimi non sempre sono esplicitati attraverso la riduzione dell’aliquota, traducendosi spesso in accordi (ruling) conclusi direttamente con l’autorità fiscale estera, tesi a ridurre il livello di tassazione attraverso meccanismi di alterazione della base imponibile.
La nuova mappa
In ogni caso, con la nuova definizione di «paradiso fiscale» il numero dei paesi elencati nell’articolo 1 del Dm 21 novembre 2001 dovrebbe ridursi notevolmente. In particolare, come mostra la grafica, delle 49 giurisdizioni contenute nell’articolo 1, solo 20 sembrano presentare un livello di tassazione nominale inferiore del 50% rispetto a quello italiano e dal 2017 scenderanno a 17. La mappa – predisposta a mero scopo esemplificativo, con l’ausilio dalla banca dati Ibfd – non tiene conto dell’Irap né di eventuali regimi speciali che i singoli paesi potrebbero accordare per legislazione interna.
Si noti che, tra i Paesi che non dovrebbero più essere considerati a fiscalità privilegiata, soltanto le Isole Cook hanno firmato un accordo sullo scambio di informazioni nella forma del «Tiae». Gli altri che hanno firmato simili accordi (Isole Cayman, Guernsey, Gibilterra, Isola di Man, Jersey) continueranno invece a mantenere lo status di paradiso fiscale, in ragione delle loro aliquote particolarmente ridotte.
Contesto internazionale
Il nuovo approccio non appare, però, particolarmente allineato :
all’Action 3 del Progetto Beps (Base erosion and profit shifting, avviato dall’Ocse per contrastare i fenomeni di localizzazione delle attività o parte di esse ai soli fini di risparmio fiscale), che al livello di tassazione nominale predilige quello di tassazione effettiva (par. 63) raccomandando l’uso di white o black list a supporto;
alla Proposta di direttiva Com(2016) 26-final (Anti-abuse directive) che prevede l’applicazione della Cfc alle controllate non quotate soggette a tassazione effettiva inferiore al 40% rispetto a quella applicabile nello Stato del controllante, purché il reddito della controllata sia formato, per più del 50%, da «passive income» o servizi infragruppo. Una previsione, questa, che presenta certamente maggiori punti di contatto con il comma 8-bis dell’articolo 167 del Tuir.
Inoltre, la scelta di prevedere anche per i regimi speciali il solo criterio della tassazione nominale risulta poco coerente con quanto indicato nell’Action 5 del Progetto Beps, dove (paragrafo 4) l’Ocse suggerisce di focalizzare l’attenzione su attività sostanziale, trasparenza e scambio obbligatorio di informazioni.

Antonio Della Carità

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