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Società ko, il processo continua

A giudizio della Corte costituzionale, se la società si estingue nel processo succedono i soci che hanno ricevuto somme dalla liquidazione.

In particolare, i giudici della Corte, con sentenza 17 luglio 2013, n. 198, hanno dichiarato manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale degli artt. 2495 del codice civile e 328 del codice di procedura civile, nella parte in cui non prevedono, in caso di estinzione della società per effetto di volontaria cancellazione dal registro delle imprese, che il processo prosegua o sia proseguito nei gradi di impugnazione da o nei confronti della società cancellata, sino alla formazione del giudicato.

Il pronunciamento della Corte prende avvio dalla considerazione che il rispetto delle norme costituzionali può comunque essere garantito secondo un’interpretazione «costituzionalmente orientata», come esattamente suggerito dalle Sezioni unite della Corte di cassazione, secondo cui se l’estinzione dell’ente avviene a processo instaurato, il processo prosegue da o nei confronti dei soci, nei limiti in cui questi hanno ricevuto somme in base al bilancio finale di liquidazione.

Diversamente opinando, sarebbe oltremodo pregiudizievole affermare che la cancellazione della società dal Registro delle imprese comporta «a valle», quale conseguenza procedurale, la dichiarazione di estinzione del procedimento per cessazione della materia del contendere.

Al riguardo, rileva la Corte, un tale intervento sterilizzerebbe gli effetti immediatamente estintivi della società derivanti dalla cancellazione ai sensi del nuovo testo dell’art. 2495 cod. civ., mediante un sostanziale ripristino del sistema anteriore alla riforma del 2003, per il quale la cancellazione dal registro delle imprese della iscrizione non produceva l’estinzione della società stessa, in difetto dell’esaurimento di tutti i rapporti giuridici pendenti facenti capo ad essa.

Ossia, permaneva la «legittimazione processuale di essa e il processo già iniziato proseguiva nei confronti o su iniziativa delle persone che già la rappresentavano in giudizio o dei soci, anche con riferimento alle fasi di impugnazione» (cfr. Corte di cassazione, sezioni unite civili, sentenza n. 4060 del 2010).

Vale allora la nuova regola (vedasi l’art. 2495 cod. civ., come sostituito dal decreto legislativo 17 gennaio 2003, n. 6, sotto la rubrica «Cancellazione delle società»): se la società impugna l’atto, e successivamente vi è la cancellazione dal Registro delle imprese, il procedimento può proseguire da o nei confronti dei soci, solo se ci sono state distribuzioni sulla base del bilancio finale di liquidazione.

Il principio così stabilito ha (o, meglio, dovrebbe avere) un chiaro impatto anche sul versante fiscale posto che, come noto, le società di capitali consentono di salvaguardare il patrimonio dei soci e non sono responsabili per le obbligazioni sociali, se non in casi eccezionali. Le vicende patrimoniali dei soci nelle società di capitali, pertanto, non intaccano il patrimonio sociale e viceversa.

Diversamente, per le società di persone, la cancellazione dal Registro non fa scattare automaticamente l’uscita del socio dalla responsabilità «sociale».

In altri termini, per i debiti assunti dalla società, i soci rispondono con tutto il patrimonio personale e non soltanto nei limiti del proprio conferimento. Ne consegue che la società offre ai creditori sociali, oltre la garanzia del patrimonio sociale, altresì la garanzia personale e solidale dei soci che hanno agito in nome e per conto della società (c.d. autonomia patrimoniale imperfetta).

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