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Società estinte, due vie per i rimborsi

Due opzioni per i soci delle società estinte – rimaste inattive – per uscire dall’impasse del no alla richiesta di rimborso dell’Iva sulle spese comunque sostenute per l’avvio: autotutela o nuova istanza. Spesso accade, infatti, che le Entrate oppongano il diniego alla richiesta del credito Iva vantato da società che, pur avendo sostenuto spese propedeutiche all’avvio dell’impresa e corrisposto la relativa imposta sul valore aggiunto, non hanno effettuato alcuna operazione attiva perché si sono estinte prima del concreto esercizio dell’attività. Vediamo nel dettaglio.
Non sempre, la cessazione avviene per la sopravvenuta scadenza naturale fissata nello statuto o per il conseguimento sociale, potendo invece accadere che, a seguito della sua costituzione, la società si sciolga e si estingua a causa, ad esempio, di contrasti tra i soci e/o di impreviste difficoltà a reperire ad esempio i finanziamenti necessari, ancor prima che sia avviata l’attività.
Tuttavia, in tal caso è prevedibile che, prima della sua estinzione, la società abbia comunque sostenuto dei costi necessari alla sua costituzione e all’avvio dell’attività (ad esempio, quelli relativi ai compensi corrisposti al notaio e ad altri professionisti per consulenze e/o quelli relativi ad acconti per l’acquisto di macchinari), comprensivi anche della relativa imposta sul valore aggiunto che, tuttavia, in mancanza dell’avvio concreto dell’attività e di operazioni attive, non è stata mai detratta. Ed è proprio per l’impossibilità di detrarre l’imposta che la società matura un credito Iva, anche consistente, che viene poi chiesto a rimborso con la dichiarazione Iva relativa all’ultimo periodo di imposta prima della sua cancellazione dal registro delle imprese.
Tuttavia, a fronte della richiesta di rimborso esposta in dichiarazione, gli uffici delle Entrate notificano generalmente ai soci della società cessata (o, alcune volte, sbagliando, alla società estinta), un provvedimento di diniego, precisando di non poter accogliere l’istanza perché «dai controlli effettuati è risultata la mancanza dell’esercizio di impresa».
In tal caso, prima del contenzioso, potrebbe essere opportuno tentare un confronto con l’Ufficio, con modalità diverse a seconda che il diniego sia stato notificato (correttamente) agli ex soci o, invece, (erroneamente) alla società estinta.
In particolare, qualora l’Ufficio notifichi (come sarebbe corretto) il provvedimento di diniego agli ex soci della società cessata, questi ultimi potrebbero presentare un’istanza di autotutela, tenendo però ben presente che, in tal caso, i termini per impugnare il diniego (60 giorni dalla notifica) non si sospendono. In particolare, nell’istanza di richiesta di annullamento, occorrerà spiegare le reali intenzioni dei soci di avviare l’attività, le difficoltà poi sopraggiunte e dimostrare, attraverso la produzione delle fatture di acquisto e delle distinte bancarie, che l’Iva chiesta a rimborso è relativa a costi effettivamente sostenuti per la costituzione e l’avvio dell’attività.
Qualora invece l’Ufficio abbia (erroneamente) notificato il diniego alla società estinta, potrebbe essere opportuno non considerare il provvedimento perché privo di effetto in quanto notificato a un soggetto non più esistente, e presentare una nuova istanza di rimborso da parte degli ex soci in proporzione alle proprie quote di partecipazione.
In entrambi i casi, dopo il rifiuto (anche tacito) all’istanza di autotutela o alla nuova richiesta di rimborso da parte degli ex soci, sarà necessario che gli stessi, congiuntamente, impugnino tempestivamente il provvedimento di diniego mediante ricorso (o reclamo, se il credito è inferiore a 20mila euro o a 50mila euro per i dinieghi notificati a decorrere dal 2018), facendo rilevare come, nel caso specifico, sussistano tutte le condizioni richieste dalle disposizioni normative e confermate dalla giurisprudenza sul diritto al rimborso dell’Iva, come l’intenzione reale di avviare l’attività, l’effettività e l’inerenza delle operazioni passive.

Rosanna Acierno

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