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Società e manager, giudici diversi

Se un giudice si pronuncia nel procedimento a carico della società, allora deve essere ricusato in quello che vede imputati i manager. Lo chiarisce la Corte di cassazione con la sentenza n. 15904 della Sesta sezione penale che ha accolto le ragioni della difesa e annullato un’ordinanza della Corte d’appello di Firenze con la quale era stato escluso qualsiasi dovere di astensione del collegio giudicante.
Il caso: i medesimi episodi e reati (associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e alla concussione, turbativa degli incanti) avevano dato luogo a due procedimenti. Uno a carico delle società controllate dagli imputati, sulla base dell’applicazione del decreto 231 del 2001; l’altro a carico delle persone fisiche indagate per i delitti. Essendosi già pronunciato sulla sanzione interdittiva inflitta alle società, il divieto di contrattare con due Regioni per la durata di 6 mesi, il collegio giudicante era stato oggetto di istanze di astensione che, però, la Corte fiorentina aveva respinto.
Ora la Cassazione, invece, accoglie l’impugnazione e mette in evidenza, innanzitutto, che i giudici “sotto esame” si erano pronunciati nell’appello cautelare sulla sanzione a carico delle imprese; per farlo avevano evidentemente dovuto esaminare l’esistenza di gravi indizi di colpevolezza a carico degli imputati. La Corte d’appello di Firenze aveva sì riconosciuto, come ovvio, l’esistenza della valutazione, ma, nello stesso tempo, ne aveva ridotto la portata, sostenendo che questa valutazione non sarebbe equiparabile al giudizio di responsabilità che deve effettuare il tribunale del riesame cautelare personale.
Una risposta che, per la Cassazione, è però formalistica e «intrinsecamente erronea». Invece, il presupposto decisivo per la configurazione dell’illecito a carico dell’ente è l’accertamento del reato nei confronti di un dipendente dell’ente stesso, che ha agito (anche) nell’interesse o vantaggio dell’ente stesso. Si tratta di una condizione necessaria, anche se non sufficiente: «addurre che, in riferimento a tale condizione, non si esprima, in fase cautelare, un giudizio prognostico di responsabilità individuale dell’autore del reato è assunto che confligge con i principi di realtà e ragionevolezza».
Non si tratta, puntualizza ancora la Cassazione, di un’anticipata valutazione espressa nel medesimo procedimento. Anzi, i procedimenti sono distinti e si trovano in fasi diverse (quello a carico delle imprese nelle indagini preliminari, mentre quello a carico degli imprenditori è arrivato al dibattimento). Il fatto che il giudice di merito sia già investito del relativo giudizio rappresenta un elemento da valorizzare, per la Cassazione, proprio per fondare il pregiudizio lamentato dalle difese degli imprenditori: proprio per essere investito del merito scatta allora l’incompatibilità per avere il giudice già conosciuto del fatto storico.
E allora va sposata la tesi di un legittimo ampliamento delle ipotesi di ricusazione disciplinate dall’articolo 37 del Codice di procedura penale: la funzione di giudice dell’appello cautelare svolta dal collegio ricusato finisce per inquinare un’altra funzione pregiudicata, costituita dalla prossima sentenza di merito, cioè dall’affermazione o negazione della responsabilità degli imputati.

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