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Società diretta (e tassata) in Italia

Per appurare la residenza fiscale di una società nel nostro Paese rilevano gli accertamenti fattuali svolti dagli organi verificatori. In particolare, si ricade nel fenomeno dell’esterovestizione laddove sia comprovato che in Italia:
si tengono alcuni consigli di amministrazione della società straniera (bulgara nel caso di specie);
si definiscono i contratti di vendita;
viene elaborata la contabilità industriale;
risiedono le risorse finanziarie e il controllo del soggetto estero.
Se concorrono questi preuspposti, la società straniera va sanzionata per omessa dichiarazione e tassata in Italia come se fosse una società residente, a cui vanno applicati anche gli studi di settore. Ad affermarlo la Ctr Toscana 1154/25/2015 (presidente Giubilaro, relatore Calvori).
La vicenda
Una verifica della Guardia di finanza aveva messo in luce che l’amministrazione di una società bulgara – operante nel settore della moda – aveva sede presso una società italiana, vero centro di direzione dell’attività di impresa del soggetto estero. L’avviso di accertamento, che recepiva le conclusioni del verbale, veniva impugnato eccependo che la società bulgara non era né amministrata, né controllata da soggetti italiani, aveva due dei quattro membri del Cda cittadini bulgari e che il luogo dove si svolgevano le assemblee era la Bulgaria.
La Ctr, confermando la sentenza di primo grado, respinge le doglianze della società, così avallando l’operato dell’amministrazione, che secondo i giudici ha ben interpretato l’articolo 73 del Tuir. La norma, infatti, fissa i criteri (domestici) per l’individuazione della residenza fiscale delle società stabilendo che queste ultime si considerano residenti se per la maggior parte del periodo di imposta hanno nel territorio dello Stato uno o più di questi elementi:
la sede legale;
la sede dell’amministrazione;
l’oggetto principale.
La sede legale coincide con il luogo indicato nello statuto della società o nell’atto costitutivo. La sede dell’amministrazione è individuabile nel luogo dove viene svolta l’attività di gestione e amministrazione dell’ente. Il criterio dell’oggetto principale dell’attività ha natura residuale e fa riferimento all’attività essenziale per realizzare gli scopi primari della società.
Il contenzioso, come spesso accade, si è incentrato sulla individuazione della sede dell’amministrazione, che per la Ctr «collima concettualmente e sostanzialmente con il concetto di direzione effettiva della società».
Secondo i giudici toscani, l’amministrazione nel caso di specie avrebbe provato (non ricadendo in una ipotesi di inversione dell’onere probatorio) il «difetto di autonomia giuridica, contrattuale, economica e finanziaria, ma soprattutto funzionale» del soggetto estero. I verificatori, infatti, una volta appurate le modalità di svolgimento dell’attività di impresa, acquisivano evidenze documentali sul luogo di svolgimento di alcuni Cda, di tenuta della contabilità industriale, di redazione di contratti di vendita e sulla “reale” struttura di controllo del soggetto estero. Queste prove dimostrerebbero che attraverso la società italiana «veniva organizzata, diretta e controllata la gestione sociale e amministrativa del soggetto estero».
I profili critici
Va sottolineato che la Ctr non menziona le sovraordinate regole convenzionali e comunitarie e il fatto che il fenomeno dell’esterovestizione dovrebbe riguardare esclusivamente strutture di puro artificio pena, tra l’altro, la violazione del principio comunitario di libertà di stabilimento.

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