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Società di Stato la ricerca dell’efficienza parte dalle nomine

Finalmente il vento del  cambiamento soffia forte  nel Paese. Sta investendo  il mercato del lavoro – il  tabù del quale neanche la Banca d’Italia ama tanto parlare – e quello dei capitali, la pubblica amministrazione, le istituzioni politiche. Ma per ora è appena sfiorata  l’anomalia vistosa del nostro sistema costituita dalla presenza pubblica nell’economia attraverso  33 società direttamente partecipate (e di fatto controllate) dal Mef. Segue dalla prima i tratta di società nelle  quali lavorano oltre  500.000 dipendenti. E ad esse vanno  aggiunte svariate migliaia di società controllate da regioni, province e comuni. Sulla effettiva utilità di questa  massiccia presenza diretta del settore pubblico nell’economia  l’evidenza empirica è piuttosto chiara (si veda per tutti lo studio di Emilio Barucci  e Federico Pietrobon “Stato e mercato nella seconda repubblica”, Il Mulino, 2010): lungi dal migliorare l’economia e la produttività, essa si è tradotta perlopiù in ampie dissipazioni di ricchezza, distribuzione  di stipendi ingiustificatamente  elevati, posti e appalti a soggetti legati alla politica, fin troppo spesso nella provvista di finanziamenti  illeciti ai partiti o alle personalità politiche di riferimento,  con diffuse pratiche corruttive. Questo giudizio vale anche per quella minoranza di società  partecipate che effetti-vamente  prestano servizi pubblici, ma gettano denaro a catinelle per accontentare politica e sindacati interni e, di conseguenza, forniscono servizi peggiori a costi più alti. La cosa curiosa è che, nonostante  i cattivi risultati, l’opinione  pubblica resta largamente  favorevole a questa presenza pubblica smodata e inefficiente: una ragione non secondaria del fallimento dei tentativi, negli anni passati, di convincere o obbligare le regioni  e gli enti locali a dismettere  almeno quelle società partecipate senza una chiara ragione d’interesse pubblico (la vasta maggioranza) o per introdurre criteri di gestione più rigorosi in quelle che qualche  servizio di pubblica utilità lo prestano. Uno straordinario referendum  sui servizi idrici, che ha poi travolto l’intera normativa  volta ad aprire alla concorrenza  i servizi pubblici locali, ha addirittura affermato il principio secondo cui il capitale  investito in queste attività non deve essere remunerato. Bisognerebbe privatizzare, e in effetti il governo ci sta lavorando,  ma l’esperienza storica  delle privatizzazioni non è stata incoraggiante, cosicché,  più che di restituire le gestioni  al mercato, si parla di cedere quote di minoranza – una cosa che non garantisce la qualità delle gestioni, fintanto  che il controllo si può tradurre in improprie interferenze  per finalità extra-aziendali. Dunque, inevitabilmente l’attenzione si sposta sui criteri  di nomina degli ammini-stratori,  che si vogliono di eccellente  reputazione, grande esperienza, ma anche non tanto autonomi da creare problemi al governo, magari gestendo in maniera troppo efficiente i rapporti di lavoro o gli insediamenti territoriali dell’azienda. Quel che manca per raddrizzare  le cose è che gli amministratori  siano scelti in funzione di chiari e trasparenti  obiettivi aziendali, invece  che in base a un rapporto fiduciario  con chi li nomina. Ad esempio, la proprietà pubblica delle Poste si giustificava  tradizionalmente con l’esigenza di assicurare il recapito  anche nelle località più remote del paese; ma oramai il monopolio è saltato, le lettere  non le scrive più nessuno. La ragione per mantenerla pubblica non esiste più. Se del caso, si può semmai compensare  quell’azienda o altro operatore privato per le attività  di servizio universale che si vogliano comunque assicurare;  mentre la rete degli sportelli è pienamente sostenibile economicamente anche senza  l’intervento dello stato. L’investimento di Poste in Alitalia, invece, fa sorgere il dubbio che l’interesse della società sia stato piegato a finalità  politiche dall’azionista di maggioranza, una scelta che probabilmente peserà in maniera avversa sulla società, a danno dei contribuenti, che di Poste sono l’azionista ultimo. L’argomento vale, mutatis  mutandis, anche per l’Enel,  l’Eni e Finmeccanica e altre  società pubbliche: dove gli interessi strategici esistono, ma non sono mai stati ben definiti, lasciando un’area grigia nella quale le interazioni tra la politica e il management possono  deviare l’azione della società in direzioni improprie. Anche qui è venuto il tempo di cambiare. Gli obiettivi di pubblico interesse e le strategie che ne discendono dovrebbero  essere chiaramente identificati e annunciati dal livello  di governo responsabile per tutte le società pubbliche controllate, quotate e non; i rappresentanti dell’azionista dovrebbero esporli in assemblea, come del resto per lo stato  prescrive la legge (articolo 24 del decreto legislativo n. 30 del luglio 1999), verificandone  poi l’attuazione da parte degli amministratori secondo le normali regole di gestione societaria. In tale modo, le società  pubbliche sarebbero liberate  dagli obiettivi nascosti, imposti fuori dal pubblico scrutinio dai consiglieri nominati  nei consigli di amministrazione  per appartenenza politica o dal sindacato. Allora, la conferma o la sostituzione del management potrebbe realmente dipendere  dai risultati; i consiglieri di amministrazione potrebbero  farsi valere difendendo in modo trasparente l’interesse  della società. Avremmo società pubbliche più efficienti  e miglior valore per i cittadini.

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