Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Società di comodo solo se c’è abuso

La disciplina delle società di comodo torna, attraverso la delega fiscale, alla finalità originaria: quella di colpire l'”abuso” dello strumento societario.
Con il nuovo testo del disegno di legge delega per la riforma fiscale (il testo arriverà all’Aula della Camera domani) viene prevista la «revisione, razionalizzazione e coordinamento della disciplina delle società di comodo e del regime dei beni assegnati ai soci o ai loro familiari». Si tratta di una novità di grande importanza, considerando che negli ultimi tempi le società di comodo sono divenute una sorta di pretesto buono per ogni occasione, che ha portato a includere tra le stesse anche società realmente operative, ma che dichiarano perdite fiscali. Senza contare gli interventi riguardanti i beni utilizzati dai soci, interventi senz’altro opportuni ma che sono stati condotti in maniera farraginosa.
Va ricordato che le società di comodo sono state introdotte nell’ordinamento tributario per penalizzare il cosiddetto “abuso della persona giuridica”. Lo ha specificato bene la circolare delle Entrate n. 5/E/2007, con la quale è stato affermato che «la richiamata disciplina intende penalizzare quelle società che, al di là dell’oggetto sociale dichiarato, sono state costituite per gestire il patrimonio nell’interesse dei soci, anziché esercitare una effettiva attività commerciale». Lo stesso test di operatività rappresenta questa situazione: se una società ha dei beni intestati, questi dovrebbero dare determinati “frutti” in termini di ricavi, così che il mancato conseguimento di ricavi minimi fa sorgere il sospetto che quei beni sono “serventi” rispetto al godimento dei soci anziché rispetto alla funzione economica propria di un rapporto societario.
In tutto questo, quello che ne è seguito negli anni è da ascrivere alle finalità di gettito: un interpello facoltativo (la norma dice il contribuente “può” presentare interpello) “venduto” come obbligatorio; lo stesso interpello previsto come antielusivo quando la disciplina delle società di comodo va inquadrata nelle presunzioni di evasione e non nell’elusione (cosa c’è di elusivo a intestare, alla luce del sole, dei beni a una società?); situazioni di esclusione o di disapplicazione sempre più casistiche e complicate; il fatto – già menzionato – di avere previsto che società in perdita fiscale risultino di comodo. Peraltro, su questo ultimo punto, si è giunti in via interpretativa a distinguere le società di comodo in due tipi: quelle non operative e quelle che dichiarano perdite.
Invece, più correttamente (e la cosa è assolutamente rilevante), va rilevato che società di comodo e quelle non operative sono la stessa cosa, solamente che oggi si hanno due presupposti che determinano la non operatività (o il fatto di essere di comodo): il mancato superamento del test e il conseguimento di perdite fiscali.
È assolutamente opportuno, quindi, l’intervento della legge delega di riforma fiscale volto a razionalizzare e coordinare la disciplina. Nel testo della delega si fa riferimento anche alla revisione del regime dei beni assegnati ai soci o ai loro familiari nonché «delle norme che regolano il trattamento dei cespiti in occasione dei trasferimenti di proprietà, con l’obiettivo, da un lato, di evitare vantaggi fiscali dall’uso di schermi societari per l’utilizzo personale di beni aziendali o di società di comodo e, dall’altro, di dare continuità all’attività produttiva in caso di trasferimento della proprietà, anche tra familiari».
Con riferimento all’utilizzo di schermi societari per l’utilizzo personale di beni intestati alle imprese, va rilevato che vi sarebbe già un grande “presidio” per combattere il problema: quello dell’inerenza. Infatti, se un bene dell’impresa viene impiegato per finalità extra imprenditoriali, il bene risulta non inerente e, quindi, non consente la deducibilità dei costi e delle spese.
Basterebbe applicare questo principio ed evitare norme come quella del decreto di Ferragosto 2011 che può fare diventare inerenti dei beni che non lo sono affatto se il socio paga un corrispettivo pari a quello “normale” per l’utilizzo degli stessi. Peraltro, sul principio dell’inerenza interviene la stessa legge delega con l’obiettivo di salvaguardarlo, viste tutte le deviazioni che ne sono state fatte (in particolare, di considerarla all’interno dell’articolo 109, comma 5, del Tuir).

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Il virus ci ha cambiati profondamente. Ma non è chiaro come. Quali effetti lascerà su di noi, sull...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

II lavoratori messi in ginocchio dalla crisi tornano in piazza. Ministro Orlando, qual è il piano d...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Ancora caos sulla tassazione dei compensi derivanti dai contratti decentrati. Il balletto tra tassaz...

Oggi sulla stampa