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Società di comodo meno «rigide»

La comunicazione dei beni ai soci si ricollega alla problematica delle società di comodo, intese come schermi giuridici fittizi creati al solo scopo di intestare dei beni che in realtà sono fruiti dai soci.
Vi sono molte società che pur rientrano normativamente nel novero di quelle di comodo non si riconoscono affatto nella definizione sopra citata e tale situazione può essere opportunamente segnalata nelle istanze di interpello e nei ricorsi contro gli avvisi di accertamento emanati dalla agenzia delle Entrate.
In questo senso appare particolarmente interessante la fattispecie della società di comodo che diventa tale per aver concesso in locazione l’unica azienda senza trarre ricavi sufficienti per superare il test di operatività.
Sul punto alcune recenti sentenze di commissioni tributarie di merito confermano questa impostazione proprio con riferimento al società che affittano l’unica azienda, ribadendo che lo status di comodo deriva dall’intestazione fittizia di beni goduti dai soci. Vediamo i termini del problema e le possibili argomentazioni a favore del contribuente.
La ratio della norma prevista dall’articolo 30 della legge 724/1994 è stata recentemente ufficializzata dalla circolare 7/E del 29 marzo 2013 (paragrafo 6) quando si afferma che «tale ultima disciplina sia stata concepita per contrastare le società che, indipendentemente dall’oggetto sociale adottato, gestiscono il proprio patrimonio essenzialmente nell’interesse dei soci senza esercitare un’effettiva attività d’impresa». In questo contesto viene subito da chiedersi che senso abbia qualificare di comodo le società che svolgono effettiva attività operativa producendo però perdite fiscali ripetute: è evidente che si tratta di ipotesi alquanto lontane dalla definizione «società di comodo quale schermo fittizio». Peraltro questa stessa definizione è fatta propria da una serie di sentenze di commissioni tributarie (Ctp Trento sentenza 65/13, Ctp Catanzaro sentenza 48/13, Ctp Mantova sentenza 137/13) che, pur non essendo tutte favorevoli al contribuente, sono accomunate dalla medesima definizione di società di comodo: il soggetto societario che ha come unico obiettivo l’intestazione di beni fruiti in realtà dai soci.
Le società che affittano l’unica azienda, nella quale vi sono beni di valore significativo, specie se immobili, con ogni probabilità avranno problemi di società di comodo. Ciò deriva dalla produzione di ricavi effettivi da locazione normalmente inferiori a quelli figurativi da articolo 30 legge 724/1994, considerando che gli immobili generano ricavi figurativi con aliquote dal 4% al 6% e i beni strumentali ricavi al 15 per cento. Il contrasto all’applicazione della normativa delle comodo può senz’altro iniziare con la considerazione preliminare secondo cui la società che affitta l’azienda non può rientrare tra quelle che si intestano i beni per farli godere ai soci. Questa considerazione è stata accolta dalle sentenze delle commissioni tribuarie provinciali di Catanzaro e Trento, mentre in quella di Mantova il contribuente ha subito il rigetto del ricorso (per una supposta contiguità tra i soci della società locatrice e di quella locataria), ma anche in questo ultimo caso emerge la definizione di società di comodo come schermo fittizio di beni utilizzati dai soci.
Inoltre vi è un’altra argomentazione a sostegno della esclusione dal novero delle comodo delle società che affittano l’unica azienda: tali società sono escluse dall’altro accertamento presuntivo previsto dal sistema, cioè quello da studi di settore, proprio in funzione della specificatà della situazione di affitto dell’unica azienda.
Ora non risulta facilmente comprensibile il motivo per cui tale specificità non sia apprezzata nell’altro accertamento presuntivo, quello delle società di comodo, con un ulteriore paradosso: la non applicazione degli studi di settore comporta l’impossibilità di fruire della causa di esclusione da società di comodo rappresentata dall’essere congruo e coerente agli studi di settore stessi. Ciò significa che soggetti, pur potenzialmente congrui e coerenti agli studi di settore, non possono fruire di tale circostanza per essere esclusi dal novero delle società di comodo. Al riguardo sembra più ragionevole affermare che, come la congruità e la coerenza agli studi esclude l’applicazione dell’accertamento da società di comodo, così la non applicazione degli studi di settore dovrebbe comportare la conseguente non applicazione anche della normativa delle società di comodo. Questa conclusione, che inizia a essere fatta propria dalle commissioni tributarie, sarebbe auspicabile venisse assunta dagli Uffici anche in sede di interpello disapplicativo.

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