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Società dei sindaci, crollano i risultati (-77%)

La gelata dell’economia si fa sentire parecchio anche nel mondo delle società partecipate dei Comuni, anche se in genere non operano certo nelle prime linee di un mercato aperto. A mostrarlo è l’ultima riga del loro conto economico, che rimane in territorio positivo ma vede drasticamente ridotto il segno più: nel 2011 il risultato economico complessivo delle società dei sindaci si è fermato a quota 470,9 milioni di euro, cioè il 77% sotto rispetto ai due miliardi totalizzati nel 2010. Numeri accumulati quasi esclusivamente dalle società per azioni mentre le realtà “minori” dal punto di vista economico, dalle aziende speciali alle fondazioni, vedono migliorare i risultati (con l’eccezione dei consorzi) ma sono quasi ininfluenti sul paniere complessivo.
Il monitoraggio
A fare luce sulla realtà ancora poco esplorata dei bilanci delle società locali è la nuova edizione del monitoraggio Consoc condotto dalla Funzione pubblica. Nato nel 2007 per censire il mondo delle partecipate degli enti territoriali, il database realizzato dal dipartimento guidato da Antonio Naddeo è cresciuto negli anni, sia in termini di adesioni (l’obbligo di invio dei dati da parte degli enti è fissato dalla Finanziaria per il 2007, ma in un mondo così articolato non è semplice far decollare questa prassi) sia in fatto di informazioni analizzate. La nuova tappa, disponibile da oggi sul sito della Funzione pubblica, offre un focus inedito sulle società dei Comuni, un terreno finora indagato fra mille difficoltà solo dalle ultime relazioni della Corte dei conti.
Sotto esame sono finiti i numeri di 5.458 aziende, e solo il 56% di queste può vantare un utile a chiusura del 2011: nel 26% dei casi (29,5% se si restringe il campo alle sole Spa) il bilancio è in rosso, ma a completare il quadro c’è anche un 18% che non ha indicato il risultato economico e che potrebbe nascondere una importante quota aggiuntiva di rosso. Un dato, questo, che potrebbe dare una grossa mano allo sfoltimento delle partecipate previsto dalla manovra estiva del 2010 e che, dopo i tanti rinvii, è in calendario per il prossimo anno. Entro il 30 settembre 2013, infatti, i 7.784 Comuni fino a 30mila abitanti (cioè il 96% del totale) dovranno liquidare o cedere le proprie partecipate, e le 159 città fra 30mila e 50mila abitanti potranno mantenerne una sola: alla tagliola generalizzata potranno sfuggire solo le società con i conti a posto, che al 31 dicembre 2012 abbiano chiuso in utile gli ultimi tre esercizi e non abbiano subito perdite di capitale e ripiani obbligatori.
La fine di un trend
Le molte proroghe al riordino spuntate come funghi negli ultimi anni, insomma, potrebbero rivelarsi altrettante vittorie di Pirro a causa di un quadro economico a tinte sempre più fosche, che negli ultimi anni ha finito per mutare anche la stessa funzione di appoggio ai conti comunali svolta dalle partecipate più in salute. In un panorama in cui convivono grandi realtà quotate in Borsa e mini-aziende aggrappate al loro piccolo Comune ogni ragionamento generalista va preso con le molle, ma il tempo delle galline dalle uova d’oro per sindaci in difficoltà sembra tramontato. Lo dimostra meglio di tutti il caso di Milano, che dopo anni di dividendi pesanti in grado di evitare all’ex sindaco Letizia Moratti ogni intervento fiscale ora vede il proprio equilibrio nei conti appeso alle possibilità di cedere al mercato le partecipate di punta.
E se un’evoluzione del genere connota una realtà come il capoluogo lombardo, la situazione complessiva è decisamente più povera perché l’Italia non è Milano, come mostra la geografia dei dividendi che ancora si sono realizzati nel 2011. Le cedole hanno sfiorato l’anno scorso i 616 milioni di euro, ma si sono concentrati in larga parte nelle grandi città (84%) e in Lombardia (59%). Lontano dall’asse Milano-Brescia i risultati dimagriscono, e volgono in negativo soprattutto nel Centro-Sud: per rendersene conto basta guardare il caso della Campania, dove i dividendi delle società in ordine non hanno raggiunto gli 1,7 milioni ma per reggere le altre aziende i Comuni hanno dovuto dedicare 10,5 milioni alla copertura delle perdite e quasi 15 milioni agli aumenti di capitale.

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