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Società in crisi, allerta banca

Corre il rischio di subire un’azione revocatoria ordinaria la banca la quale, conoscendo lo stato di dissesto di una società cliente, l’abbia comunque sovvenzionata in un’operazione di ristrutturazione; ciò con l’effetto di rendere privilegiato del proprio credito, tipicamente con un’iscrizione ipotecaria, così aumentando la possibilità di soddisfare le proprie ragioni in ipotesi di definitiva decozione dell’impresa, a inevitabile detrimento di tutti gli altri creditori. Lo ha deciso la Corte di cassazione, con la sentenza n. 19197/2016.

Infatti, qualora si riesca a dimostrare che la concessione di credito abbia provocato l’aggravamento dell’esposizione della società nel biennio anteriore al fallimento, ritardandolo ma non impedendolo, e consentito, quindi, all’impresa, di continuare ad operare in condizioni di antieconomicità, potrebbero ricorrere i presupposti per l’esperimento della citata azione revocatoria ex art. 2901 c.c. (conoscenza del pregiudizio, diminuzione della garanzia patrimoniale del debitore e consapevolezza da parte della Banca). Sul versante, invece, dei profili di eventuale «responsabilità» della Banca e dei relativi organi esponenziali per «abusiva concessione di credito», la Sezione specializzata in materia di imprese del Tribunale di Milano, con una sentenza del 25 febbraio 2016, ha proposto una peculiare chiave di lettura del principio espresso nelle storiche sentenze delle Sezioni Unite nn. 7029, 7030 e 7031 del 2006. I Giudici meneghini, pur rigettando, nel caso di specie, la domanda promossa dalla Curatela della società sovvenuta poi fallita nei confronti della Banca e dei suoi organi dirigenziali, hanno confermato la seguente «regola di diritto»: la banca che abbia consentito il mantenimento in vita di un’impresa in crisi, alterando così la percezione del mercato circa la sua (inesistente) solidità economico-finanziaria, può essere condannata al risarcimento del danno a titolo di responsabilità extracontrattuale per «abusivo finanziamento» (art. 2043 c.c.).

Il tutto, però, a patto che il credito sia stato erogato in un contesto di mancanza di «continuità aziendale», così come descritta dal Principio di revisione internazionale n. 570, in base alla quale si ha «continuità» quando la società è in grado di proseguire «autonomamente» nell’operatività almeno per un periodo di dodici mesi dopo la chiusura dell’esercizio.

Pertanto, esiste una concreta possibilità di accertamento della responsabilità della banca e dei suoi organi esponenziali qualora il credito sia stato concesso a una società in una condizione di dissesto e, quindi, senza concrete prospettive di prosecuzione dell’attività imprenditoriale, soprattutto se al fine di assicurarsi indebiti vantaggi (es. recuperare pregressi finanziamenti in pregiudizio di altri creditori) e contribuendo all’aggravamento del deficit patrimoniale.

Ai fini di tale valutazione andrà formulato, secondo la tesi dei giudici milanesi, un giudizio a posteriori, che abbia a riferimento i 12 mesi successivi alla chiusura dell’esercizio nell’ambito del quale il finanziamento è stato erogato, in ossequio al richiamato principio contabile.

Maurizio Finocchio e Fabio Antonio Ferrara

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