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Società di comodo, rischio fai-da-te

In caso di accertamento vanno dimostrate le situazioni che hanno impedito i ricavi
L’auto-disapplicazione della disciplina delle società non operative non comporta automaticamente l’accertamento. Ma se verrà eseguito (in base alla presunzione di non operatività), scatteranno penalizzazioni e sanzioni.
Occorre partire dal fatto che la norma (articolo 30 della legge 724 del 1994) stabilisce una presunzione (legale) di non operatività per le società che non superano il cosiddetto test di operatività e per quelle che conseguono perdite fiscali quinquennali.
A questa presunzione ne segue un’altra (si tratta di presunzioni cosiddette “a catena”), in base alla quale per i soggetti non operativi (il fatto ignorato della prima presunzione) vengono fissate una serie di penalizzazioni (il reddito presunto minimo, la base imponibile presunta Irap minima, il divieto di utilizzo del credito Iva, e così via).
La disposizione stabilisce, inoltre, che «in presenza di oggettive situazioni che hanno reso impossibile il conseguimento dei ricavi» e dei proventi minimi, nonché del reddito minimo, la società interessata può interpellare l’Agenzia secondo il nuovo interpello probatorio.
Occorre rilevare un aspetto fondamentale: le oggettive situazioni che impediscono il conseguimento dei ricavi e dei valori minimi non necessariamente coincidono con la presunzione di (non) operatività. Solo per la vicenda dell’interpello la norma richiama le oggettive condizioni che hanno impedito il conseguimento dei valori minimi. Dalla norma emerge, in sostanza, una sorta di disallineamento: nel filtro amministrativo dell’interpello si deve dare dimostrazione delle situazioni oggettive che hanno impedito il conseguimento dei ricavi e dei valori minimi, mentre nell’eventuale fase processuale successiva occorre fornire prova che la società svolge un’effettiva attività economica e che, quindi, non abusa della persona giuridica.
Tuttavia, se nel filtro dell’interpello si fornisce dimostrazione delle oggettive situazioni, la disciplina viene disapplicata interamente (fatta salva la disapplicazione parziale, si veda l’altro articolo in pagina).
In questo contesto si colloca l’affermazione delle Entrate (circolare n. 9/E/2016), in base alla quale la modifica che è intervenuta con la riforma degli interpelli avrebbe determinato, posta la facoltà dell’interpello, la possibilità di auto-disapplicazione della disciplina da parte dello stesso contribuente. In sostanza, la società, ritenendo che vi siano le oggettive situazioni che hanno impedito il conseguimento dei ricavi e dei valori minimi, può ritenersi autonomamente operativa a tutti gli effetti. E indica in Unico tale auto-determinazione (codice 2 se non ha fatto interpello; codice 3 se, con risposta negativa all’interpello, la società decide di auto-disapplicarsi ugualmente la disciplina). Attraverso queste indicazioni, la società si comporterà a tutti gli effetti come una società operativa. Quindi potrà usare, per esempio, il credito Iva in compensazione.
Quali conseguenze di un simile comportamento? È bene premettere che tale auto-disapplicazione non determina automaticamente l’accertamento. Se eventualmente l’amministrazione lo eseguirà (in base alla presunzione di non operatività), la stessa applicherà le penalizzazioni previste e irrogherà le sanzioni, comprese quelle relative all’utilizzo del credito Iva in compensazione. La sanzione per tale ultima fattispecie non potrà che essere quella del 30 per cento, posto che non si tratta di credito inesistente (con la sanzione dal 100 al 200 per cento).
Il credito esiste a tutti gli effetti, ma viene utilizzato in dispregio alle norme di legge (se il giudice stabilirà che la società è non operativa), per cui la sanzione è sicuramente quella del 30 per cento. Stessa penalità se il contribuente si auto-disapplica la disciplina e provvede all’assegnazione agevolata con l’imposta sostitutiva dell’8% in luogo del 10,5 per cento. L’assegnazione non viene meno e non si tratta di infedeltà: l’ufficio eventualmente provvederà al recupero del differenziale d’imposta con la penalità, appunto, del 30 per cento.

Dario Deotto

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