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Società colpite per i reati fiscali

di Giovanni Negri

Non saranno previsti tra i reati sanzionati dal decreto 231/01 sulla responsabilità degli enti, ma anche gli illeciti tributari possono avere come conseguenza la misura patrimoniale contro la società colpevole. A queste conclusioni approda la Corte di cassazione con la sentenza n. 28731 della Terza sezione penale depositata ieri. La Corte ha così respinto il ricorso presentato dalla difesa di una società contro il sequestro preventivo anticipatore della confisca per equivalente decisa dal tribunale di Genova sui beni del rappresentante legale e dell'ente stesso. A venire contestato era il reato previsto dall'articolo 10 del decreto legislativo n. 74 del 2000, occultamento o distruzione di documenti contabili finalizzato alla commissione di evasione fiscale.

Tra i motivi dell'impugnazione, la difesa aveva anche sottolineato che la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche per i reati commessi a loro vantaggio da soggetti che rivestono particolari funzioni è prevista dal decreto 231 e non si estende ai reati tributari. Inoltre, veniva messo in luce come il sistema impone un'interpretazione della legge 244/07 all'articolo 322 ter del Codice penale per evitare che gli enti siano colpiti nel patrimonio da un provvedimento sanzionatorio non previsto dalla legge e senza possibilità di difesa. Si doveva pertanto escludere il sequestro per equivalente in rapporto ai soggetti che non possono essere considerati responsabili sul piano penale o amministrativo sulla base del decreto 231.

Tesi che non hanno però convinto i giudici della Cassazione. Che hanno invece spiegato come è senz'altro vero, come sostenuto dalla difesa, che la confisca per equivalente ha una natura anche sanzionatoria, ma non è condivisibile la linea della assenza di responsabilità per il mancato inserimento dei reati fiscali tra quelli presupposto. Il decreto 231, infatti, ha introdotto un nuovo genere di autonoma responsabilità amministrativa dell'ente per illecito commesso da un soggetto in posizione di vertice. Non si tratta di una responsabilità oggettiva perché deve essere riscontrata una "colpa da organizzazione" che ha favorito la commissione del reato.

La Cassazione osserva però che il reato contestato è sì addebitabile al rappresentante legale, ma le sue conseguenze patrimoniali ricadono anche sulla società a favore della quale ha agito il manager a meno che non si dimostri che era venuto meno il collegamento tra l'uno e l'altra. Un principio che non richiede l'esistenza delle condizioni che permettono l'addebito all'ente della responsabilità prevista dal decreto 231. «Sul punto – ricordano i giudici – si deve rilevare che, nella specie, si procede in relazione al reato di occultamento e distrazione di documenti contabili e che la condotta ascritta all'indagato ha recato vantaggio alla società».

Inoltre, osserva la sentenza, i beni sequestrati fanno comunque parte del patrimonio sociale la cui consistenza si collega anche all'illecito di cui il rappresentante legale deve rispondere. Dei beni, infatti, l'indagato aveva la piena disponibilità visto che li gestiva. La società così non può "battezzarsi" estranea al reato perché ha utilizzato anch'essa gli incrementi economici che ne sono derivati. E, dal momento che il profitto, per le caratteristiche dell'illecito, non possono essere ricondotte a un bene individuabile, il sequestro non poteva che essere disposto per equivalente.

 

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