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Società e associazioni, stretta anti-corruzione sui manager

Anche la mera istigazione alla corruzione fra privati con promessa di denaro o altra utilità non accettata costituisce reato e sarà punibile con la reclusione fino a due anni. Alla pena può soggiacere sia colui che offra o prometta denaro ad un soggetto apicale in società o enti sia i soggetti interni che sollecitino, anche per interposta persona, tali condotte.

La punibilità è estesa anche nell’ambito di enti diversi da società e consorzi nonché a chi nell’ambito organizzativo di ogni tipologia di struttura eserciti funzioni direttive.

Sono alcune delle principali modifiche apportate al codice civile dal decreto legislativo recante attuazione della decisione quadro 2003/568/Gai del Consiglio dell’Unione europea, del 22 luglio 2003, relativa alla lotta contro la corruzione nel settore privato e dall’art. 19 della legge 12 agosto 2016 n. 170 per il recepimento delle direttive europee.

I cambiamenti al codice civile. Le nuove norme modificano alcune parti del libro V, titolo XI del codice civile dedicato alle «Disposizioni penali in materia di società e consorzi» al cui titolo, per armonizzazione con le nuove norme, viene aggiunto « e di altri enti privati». La corruzione fra privati diviene, peraltro, l’unico reato del Titolo XI, che si applica anche a soggetti diversi da società e consorzi. Nel dettaglio: è modificato l’art. 2635 c.c. rubricato «Corruzione fra privati» e sono introdotti due nuovi articoli.

Il primo, l’art. 2635-bis, è rubricato «Istigazione alla corruzione fra privati», mentre il secondo, l’art. 2635-ter, è finalizzato alle «Pene accessorie». Viene inoltre modificato l’art. 25-ter del dlgs 231/01 relativo ai «Reati societari» per rendere più rilevante la sanzione basata sulle quote in capo all’ente per il delitto di corruzione fra privati.

Le modifiche all’art. 2635 c.c. Nell’art. 3 è stata modificata la fattispecie incriminatrice del reato di corruzione fra privati.

In primo luogo, il reato della «corruzione fra privati» estende il proprio ambito operativo dalle società e consorzi anche «agli enti privati», a condizione che gli stessi svolgano attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o servizi.

Si può pensare dapprima alle associazioni, ma anche ai comitati, alle fondazioni, ai trust ecc., ma il disposto normativo in nessun punto fa riferimento alla personalità giuridica richiesta all’ente privato, il che potrebbe far indurre a ritenere che il reato sia configurabile anche nelle società di persone e nelle associazioni non riconosciute a condizione, evidentemente, che tali strutture svolgano attività economica.

Da segnalare, inoltre, che rispetto al previgente testo dell’art. 2635 c.c., viene espunto il riferimento alla causazione di un «nocumento alla società». Tale modificazione appare opportuna in quanto il danno alla società è di fatto un elemento estraneo ai reati corruttivi.

Infine, non è altresì più richiesto l’effettivo compimento o l’omissione dell’atto ma la sussistenza dell’accordo stipulato affinché l’intraneo (cioè oltre a coloro che rivestono posizioni di amministrazione o controllo, anche coloro che svolgono attività lavorativa con esercizio di funzioni direttive presso società o enti privati) «compia od ometta un atto in violazione degli obblighi inerenti al proprio ufficio».

In ottica soggettiva, vengono inclusi tra gli autori del reato, oltre coloro che rivestono posizioni apicali di amministrazione o di controllo (già ricompresi nel 2635 c.c. ante modifiche), anche coloro che svolgono attività lavorativa con l’esercizio di funzioni direttive presso società o enti privati. Ciò, si legge nella relazione illustrativa, «in coerenza con il principio generale in materia di reati societari, di cui all’articolo 2639 del codice civile, relativo all’estensione delle qualifiche soggettive al soggetto qualificato dalla giurisprudenza come “amministratore di fatto”».

Infine, sul versante delle condotte, sempre nel primo comma dell’art. 2635, accanto alla ricezione o all’accettazione della promessa, viene inclusa nella corruzione passiva (intendendo per tale il reato di colui che accetta promesse, denaro o altri vantaggi che non gli sono dovuti per compiere od omettere un atto relativo alle proprie attribuzioni), come chiarito in relazione, «anche la “sollecitazione” del denaro o altra utilità non dovuti da parte del soggetto intraneo, qualora a essa segua la conclusione dell’accordo corruttivo mediante promessa o dazione di quanto richiesto».

Nell’ambito della corruzione attiva (intendendo per tale il reato di chi induce con promesse, denaro o altri vantaggi un altro individuo a venir meno ai propri doveri), prevista dal comma 3°, viene confermata la punibilità del soggetto estraneo, cioè di colui che offre, promette o dà denaro o altra utilità non dovute ma accettate dall’«intraneo».

Novità, nel comma in discorso, si legge ancora in relazione è che «tra le modalità della condotta, sia nell’ipotesi attiva che passiva, viene prevista la commissione della stessa per interposta persona, che dà luogo, ai sensi dell’art. 110 del codice penale, anche alla responsabilità dell’intermediario medesimo».

Nel sesto comma, infine, in merito alla misura della confisca per equivalente, si dispone che la misura di questa non può essere inferiore non solo alle utilità date o promesse ma anche a quelle offerte, per coordinare il tutto con le nuove previsioni del comma 3° dianzi evidenziato.

Il nuovo art. 2635-bis c.c. È un articolo introdotto ex novo nel codice civile e prevede la punibilità della fattispecie dell’istigazione alla corruzione tra privati, sia dal lato attivo (primo comma), che dal lato passivo (secondo comma).

Per istigazione, ricordiamo, si intende quella azione compiuta sulla psiche altrui al fine di far sorgere o rafforzare motivi di impulso, ovvero di affievolire motivi inibitori.

L’istigazione alla corruzione era fattispecie di reato non prevista dal sistema giuridico italiano e, dunque, sino ad oggi non suscettibile di condanna.

Nel dettaglio, nel primo comma si prevede la sanzione ridotta di un terzo rispetto a quella ipotizzata nell’art. 2635 c.c. (cioè reclusione da otto mesi a due anni) per chiunque offre o promette denaro o altra utilità non dovuti ad un soggetto «intraneo», affinché compia od ometta un atto in violazione degli obblighi inerenti al proprio ufficio o degli obblighi di fedeltà, qualora l’offerta o la promessa non sia accettata.

Il secondo comma, invece, prevede la punibilità dell’«intraneo», che solleciti una promessa o dazione di denaro o altra utilità, al fine di compiere o omettere un atto in violazione degli obblighi inerenti al proprio ufficio o degli obblighi di fedeltà, anche in questo caso qualora la sollecitazione non sia accettata. In entrambe le situazioni si prevede la procedibilità su querela della persona offesa.

L’art. 2635-ter c.c. Per i soggetti (persone fisiche) condannati per reati di corruzione sono altresì previste una serie di pene accessorie, attraverso l’art. 2635-ter c.c.

Anche questo articolo è una «new entry» del codice civile. In estrema sintesi i soggetti condannati per corruzione ai sensi del novellato art. 2635 c.c. comma 1 (ma anche per istigazione ex art. 2635-bis, comma 2, c.c.) sono assoggettati oltre alle pene detentive anche a sanzioni ulteriori definite «accessorie».

In pratica, l’intraneo (amministratori, dirigenti, preposti alla redazione di documenti contabili, sindaci, liquidatori o esercenti funzioni direttive in ambito organizzativo di società o enti) condannato per aver, anche per interposta persona, sollecitato o ricevuto per sé o per altri denaro o altre utilità non dovuti o che ne ha accettato la promessa, per compiere o per omettere un atto in violazione degli obblighi inerenti al loro ufficio o degli obblighi di fedeltà, oltre alla reclusione (da uno tre anni) sarà assoggettato alla interdizione temporanea dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese.

Ciò significa che durante l’interdizione, che normalmente ha la stessa durata della pena principale, ed inizia a decorrere al termine della stessa (artt. 20 e 37 cp), il condannato viene privato ai sensi del comma 1 dell’art. 32-bis c.p. della possibilità, per il periodo interdittivo di svolgere le funzioni di «… amministratore, sindaco, liquidatore, direttore generale e dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari, nonché ogni altro ufficio con potere di rappresentanza della persona giuridica e dell’imprenditore».

La stessa pena si applica all’intraneus che, ai sensi del comma 2 dell’art. 2635-bis sia stato condannato per aver sollecitato per sé o per altri, anche per interposta persona, una promessa o dazione di denaro o di altra utilità, per compiere o per omettere un atto in violazione degli obblighi inerenti al loro ufficio o di fedeltà, anche nel caso in cui la sollecitazione non sia accettata.

Luciano De Angelis

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