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Società a base ristretta in salita

Continua lo scacco matto da parte del fisco sulle società a ristretta base societaria. La Corte di cassazione è tornata, infatti, di recente a pronunciarsi in materia di attribuzione ai soci degli utili accertati in capo a una società di capitali con ristretta base partecipativa, confermando il proprio consolidato orientamento.

Ormai da oltre un decennio, infatti, i giudici di legittimità hanno stabilito che non incombe sull’Ufficio l’onere di dimostrare la distribuzione degli utili extrabilancio in capo ai soci di una società a ristretta base partecipativa, ma spetta a questi ultimi fornire la prova che i maggiori ricavi accertati in capo alla società non sono stati distribuiti, ma sono stati accantonati o reinvestiti.

 

Il recente arresto della Suprema corte.

A differenza di quanto affermato in passato, con l’ordinanza in commento, n. 2090 del 5/2/2015, la Cassazione ha tuttavia chiarito che la suddetta presunzione non postula anche e necessariamente che i soci della società accertata siano legati tra loro da rapporti di parentela, in quanto, secondo le regole di comune esperienza, già dal mero requisito della ristretta base sociale «discende un elevato grado di compartecipazione dei soci alla gestione della società», che lascia presumere che detti soci siano a conoscenza dell’esistenza di utili extrabilancio e che se li distribuiscano tra loro.

Sulla base della suddetta presunzione è, dunque, ormai prassi consolidata che agli accertamenti nei confronti di società di capitali a ristretta base societaria facciano seguito accertamenti in capo ai singoli soci delle stesse. La Corte in passato ha avuto modo di affermare la «logicità» della suddetta presunzione in ragione della «complicità» che, solitamente, lega un gruppo ristretto (per numero e/o per legame parentale) di soci (si ricorda in tal senso Cassazione civile n. 2896/2008).

Permangono tuttavia ampi spazi di discrezionalità, e quindi di incertezza, in ordine alla definizione del concetto di «ristretta base societaria», che rendono non agevole la difesa del socio colpito da accertamento.

 

Le «ultimissime» dalle corti di merito. Anche i giudici di merito si stanno progressivamente uniformando all’orientamento espresso dalla Suprema corte, confermando l’inversione dell’onere della prova in capo al contribuente, il quale, se vuole vincere la presunzione di distribuzione degli utili extrabilancio, deve necessariamente dimostrare il loro accantonamento o reinvestimento.

L’Ufficio, insomma, non è tenuto a «individuare le modalità di ricezione e le allocazioni degli utili extracontabili imputati a parte appellante» (Commissione tributaria regionale Lombardia n. 2797/67/14).

Con la medesima pronuncia, peraltro, la stessa Commissione ha chiarito che l’omessa impugnazione dell’avviso di accertamento da parte della società non impedisce al socio, al quale viene contestata l’attribuzione pro quota degli utili extrabilancio, di difendersi anche in ordine alla «sussistenza e quantificazione degli utili extracontabili».

In tema di accertamenti nei confronti di società a ristretta base societaria operano dunque due tipologie di presunzioni: la prima riguarda l’esistenza di un maggior reddito della società rispetto a quello dichiarato; la seconda, invece, l’avvenuta distribuzione ai soci del maggior reddito accertato in capo alla società.

Sembrerebbe, quindi, che la presunzione di distribuzione degli utili extracontabili, basandosi non su fatti noti bensì su un’altra presunzione, rappresenti una presunzione di secondo grado e, come tale, non sia ammissibile.

Sul punto, tuttavia, è più volte intervenuta la Corte di Cassazione per affermare la legittimità di siffatta presunzione, poiché il fatto noto non sarebbe costituito dalla sussistenza dei maggiori redditi induttivamente accertati nei confronti della società, ma dalla ristrettezza della base sociale e dal vincolo di solidarietà e di reciproco controllo dei soci, che caratterizza la gestione di tale tipo di società (si vedano, tra le molte, Cassazione n. 7174/2002; n. 4695/2002; n. 3254/2000; n. 2390/2000; n. 14006/2003; n. 9519/2009, n. 29605/2011).

In senso conforme si è espressa anche la Commissione tributaria regionale di Brescia (sentenza n. 2089/64/14), la quale, richiamando proprio le suddette pronunce, oltre che una recente sentenza di legittimità (n. 5369/2014), ha precisato che la presunzione di distribuzione degli utili extrabilancio ai soci è legittima purché sussistano due condizioni, ovvero: (a) che venga concretamente accertata la sussistenza del requisito della ristretta base sociale; (b) che vi sia un valido accertamento a carico della società in ordine a ricavi non dichiarati.

In applicazione dei suddetti principi i giudici lombardi hanno annullato l’accertamento emesso ai danni del socio contribuente, poiché era stato precedentemente annullato l’accertamento effettuato nei confronti della società, che ne costituiva il presupposto logico- giuridico.

Al di là del dictum giurisprudenziale, tuttavia, ad avviso di chi scrive occorre comunque sottolineare come non sia affatto scontato che un limitato numero di soci sia indice certo di un vincolo di solidarietà o di complicità tra di essi, così come non è detto che comporti di per sé un controllo reciproco più attento o una maggior conoscenza degli affari societari.

Non solo; anche se gli utili extracontabili fossero stati effettivamente distribuiti, non è dato sapere (ma solo presumere) in quali proporzioni ciò sia avvenuto.

Il rischio che si intravede nel considerare il requisito della «ristretta base sociale» come fatto noto a cui ancorare la presunzione di distribuzione fra i soci dei maggiori utili induttivamente accertati è, dunque, quello di dare luogo a una «concatenazione di presunzioni»: dalla ristretta base sociale, infatti, si dovrebbe presumere l’esistenza di solidarietà e controlli tra i soci da cui, a sua volta, si dovrebbe presumere l’avvenuta distribuzione tra questi ultimi degli utili extrabilancio; il tutto in violazione del principio del divieto di ancorare presunzioni su altre presunzioni che vige nel nostro ordinamento.

Ma tant’è. Per adesso per i giudici di legittimità e di merito lo scacco matto del fisco alle società di capitali a ristretta base continua a essere ritenuto lecito. Evidente contrasto con il divieto della doppia presunzione.

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