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Social e Borse, relazioni pericolose

La notizia di un attacco terroristico alla Casa Bianca non può non lasciare con la bocca aperta. Quando nell’aprile del 2013 alcuni hacker boicottarono l’account Twitter dell’agenzia di stampa Associated Press, lanciando la falsa notizia di un attacco proprio nel cuore politico degli Stati Uniti, in pochi minuti la Borsa di Wall Street perse 139 miliardi di dollari. La notizia fu prontamente smentita, riportando Wall Street in carreggiata. Ma sul parterre della Borsa di New York, oltre alle ferite degli investitori, sono da allora rimasti molti interrogativi: i social network possono essere utilizzati da pirati informatici per manipolare la Borsa? Oggi che la stessa domanda viene posta sul fronte politico, dopo il caso di Facebook e Cambridge Analytica, il dubbio sul fronte finanziario riaffiora con prepotenza.
Se casi così clamorosi non si sono più ripetuti, se non quello di un falso disastro aereo della compagnia Qantas, di situazioni meno note (più che altro su piccole aziende) ce ne sono state. Tanto che la Sec, cioè l’Autorità di vigilanza statunitense, è da tempo attiva sul fronte delle manipolazioni di mercato realizzate attraverso i social network. La Consob ancora non ha una specifica attività su questo fronte, anche perché in Italia non si sono mai verificati casi di questo tipo, ma è ben cosciente che prima o poi il problema potrebbe presentarsi anche da noi. In fondo – come scrive la stessa Sec – «i social network, che ormai sono utilizzati da molti investitori per prendere decisioni, possono portare benefici al mercato ma possono anche diventare obiettivi attraenti per i criminali». Soprattutto in un mercato ormai dominato da algoritmi che alle notizie reagiscono nello spazio di millisecondi.
«Pump and dump»
La tecnica tipica dei pirati informatici è quella del «pump and dump». Cioè «pompa e scarica». Funziona così: il pirata individua una società (solitamente piccola e con pochi riflettori addosso), acquista le azioni e poi con alcune notizie false diffuse ad arte «pompa» il suo prezzo sul mercato. Appena la società si accorge delle fake news e le smentisce, il manipolatore «scarica» le azioni. «Dump», appunto. Cioè le vende ad un prezzo più elevato. Il gioco funziona anche al contrario, con notizie negative.
Fece così nel 2013 James Alan Craig, un trader scozzese che si accanì – con notizie false lanciate su Twitter attraverso falsi account di stimate società di ricerca – sulle azioni di Audience Inc e di Sarepta Therapeutics. Due piccole aziende, fuori dai riflettori. Appena su Twitter apparvero le notizie che le due società erano sotto inchiesta, le azioni scesero rispettivamente del 28% e del 16%. Craig ci speculò sopra, al ribasso, fino alla smentita ufficiale. Stesso film per una coppia canadese che, qualche anno prima, “giocò” allo stesso modo con i social network.
In realtà la tecnica del «pump and dump» è vecchia e usa molteplici canali di diffusione di notizie false. Su 362 manipolazioni di mercato scoperte dalla Sec americana tra il 2002 e il 2015, circa la metà era legata allo schema «pump and dump». Nella maggioranza dei casi le notizie false erano diffuse attraverso falsi comunicati stampa (73%), attraverso e-mail (34%), attraverso siti Internet (32%) e altri mezzi di comunicazione. Ovviamente molti di questi mischiati insieme. Ma anche i social network hanno un peso. Ancora poco esplorato, in realtà.
I numeri del fenomeno
Ha provato a fare una mappatura Thomas Renault della Ieseg School of Management di Parigi, analizzando oltre 7 milioni di Tweet e oltre 5mila società quotate in Borsa. Tra tutte queste aziende, di piccole dimensioni, la metà non ha mai acceso l’interesse dei social network. Altre aziende, invece, hanno attirato molta attenzione. Alcune superando addirittura i 100mila Tweet. Ebbene: analizzando i Tweet delle dieci società più “discusse” sul social network, la ricerca ha scoperto 255 account Twitter farlocchi che lanciavano messaggi identici in periodi diversi su differenti società. Il messaggio era lo stesso, cambiava solo il nome dell’azienda “bersaglio”. Questo fenomeno durava un certo lasso di tempo, poi l’azienda tornava nel dimenticatoio.
L’aspetto più curioso, analizzato da Thomas Renault, è l’andamento in Borsa di questi titoli. Durante il bombardamento su Twitter salivano in Borsa, per scendere successivamente. Questi non sono casi accertati di manipolazione del mercato. Le autorità di Vigilanza non hanno mai messo gli occhi su questi casi. Ma quantomeno il sospetto che qualche cosa di strano sia accaduta è inevitabile: segno che il legame tra social network e Borsa, come quello tra social network e politica, va ancora esplorato. Analizzato. E studiato.

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