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Soci e creditori, il conto dei salvataggi

Nessuno sa dire con precisione quanti sono, dove si trovano e quanto avevano da perdere. Sono gli italiani colpiti dal salvataggio bancario di nuovo tipo europeo che, almeno in superficie, somiglia tanto all’effetto dei vecchi scandali Parmalat, Cirio o a quello dei bond argentini: i risparmiatori investono in azioni o obbligazioni senza capirne il rischio, poi si trovano in mano carta straccia.
Una differenza di fondo con Parmalat, o con Cirio, è che quelle erano frodi di bilancio. Nel caso di Banca Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, la Cassa di Risparmio di Ferrara o CariChieti, le banche stabilizzate dal decreto del governo di due giorni fa, tutto invece si è svolto secondo regole europee scritte dopo che quei titoli erano stati venduti ai risparmiatori e agli investitori.
Resta la certezza che le perdite sono significative, almeno sulla carta. Secondo stime basate sui bilanci del 2012 o del 2013, gli ultimi pubblicati dalle quattro aziende in dissesto, i titoli di debito azzerati pur di tenere le banche in attività pesano in modo diverso. In tutti i casi sono colpiti sempre i «subordinati», titoli a maggiore rendimento ma più esposti a un taglio del valore quando le società emittente va in insolvenza. Per Banca Marche, il più grosso dei quattro istituti, queste obbligazioni subordinate in teoria alla scadenza avrebbero fruttato 467 milioni di euro di rimborsi nel 2012 e circa 400 fino a ieri prima delle ore 18.30 (zero dopo quel momento, quando il governo ha approvato il decreto). Quanto alla Popolare dell’Etruria, la seconda per dimensioni, i bond cancellati ieri valevano sulla carta circa 300 milioni. Per la Cassa di Ferrara i titoli obbligazionari colpiti promettevano rimborsi per venti milioni di euro alla scadenza. Per Chieti non esistevano: il piccolo istituto non ne aveva emessi.
Nel complesso ha tutta l’aria di un colpo di falce, calato per decreto su 720 milioni di risparmio degli italiani investito in obbligazioni di quattro piccole banche. La realtà è più complessa. Il prezzo di quei titoli era già crollato all’uno per cento del loro valore nominale. Anche solo tre mesi fa era possibile comprare tutti quei bond, venduti per oltre 700 milioni di euro pochi anni prima, con non più di sette milioni. La distruzione del risparmio si era già consumata nel mercato e l’operazione di ieri la cristallizza, un po’ come è successo per il capitale dei soci. L’elenco degli azionisti dell’Etruria contiene 70 mila nomi e la banca presentava 648 milioni di valore azionario solo due anni fa; Banca Marche conta 44 mila soci e quasi un miliardo di valore nel 2012; Ferrara contava almeno 23 mila soci e quasi 400 milioni di valore del capitale nel 2012; Chieti non superava i 200 milioni di euro due anni fa.
La devastazione del risparmio di circa 150 mila persone è stata in proporzione colossale, tre miliardi di euro bruciati in quattro piccole città. Ma non parte da domenica scorsa e non è dovuto al decreto del governo in applicazione delle regole europee. Di fatto o di diritto, il capitale di quelle banche era già stato spazzato via da anni di sprechi, incompetenza dei manager, gestione clientelare del credito.
A costare centinaia di milioni in più per tutelare ciò che resta di quelle quattro aziende sono stati altri fattori: nove mesi di esitazione del governo nell’attuare le norme europee del salvataggio, i tempi del parlamento nel votarle, il conflitto con Bruxelles sulle modalità dell’intervento. L’emorragia dei quattro istituti è stata tamponata in ritardo, dunque sono servite maggiori risorse. Di queste, 2,35 miliardi vengono dal contributo di 208 banche italiane nel nuovo Fondo di risoluzione delle crisi creditizie previsto dalle regole europee: equivalgono a ben quattro anni di contributi futuri di tutti gli istituti. In più, c’è un miliardo e mezzo prestato al Fondo da Intesa Sanpaolo, Unicredit e Ubi Banca. Poiché quei 2,35 miliardi di contributi vanno scontati subito nei bilanci societari, in media l’intervento per quattro piccole banche di provincia minaccia di azzerare o quasi l’utile dell’intero settore bancario italiano negli ultimi tre mesi dell’anno. Ma ieri Intesa (+1,09%) e Unicredit (+1,48%) hanno trascinato al rialzo il listino di Milano. Le cicatrici sul sistema restano, però segnano se non altro la fine dell’incertezza.

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