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Soci di Srl con doppia iscrizione

di Giorgio Gavanelli e Giovanni Valcarenghi

Per chi svolge contemporaneamente l'attività di socio lavoratore e di amministratore in una società a responsabilità limitata esercente attività commerciale, in periodi di versamenti Inps, vanno tenute presenti la prevalenza della attività e la possibile coesistenza di più forme pensionistiche sullo stesso soggetto. Anche perché in giurisprudenza si registrano posizioni che potrebbero lasciar presagire sviluppi favorevoli ai contribuenti.

Per questi soggetti, il 2010 è stato caratterizzato, in un primo tempo, dalla sentenza 3240 del 12 febbraio delle Sezioni unite della Cassazione, che ha affermato l'incompatibilità tra l'iscrizione alla gestione commercianti e alla gestione separata e, successivamente, dal cambio di rotta determinato dal varo della norma di interpretazione autentica (articolo 12, comma 11, del Dl 78/2010), secondo la quale il carattere della prevalenza è connaturato alle sole gestioni artigiani e commercianti, ma non alla gestione separata lavoratori autonomi.

Su questa disposizione, che ha di fatto reso obbligatoria (anche per il passato) la doppia iscrizione ogni qual volta l'attività di amministratore non prevale su quella "operativa", si registrano interessanti pronunce della giurisprudenza. In particolare la sentenza n. 2581 del 6 giugno 2011, pronunciata dalla sezione lavoro del tribunale di Milano, e all'ordinanza n. 59 del 22 novembre 2010, della Corte d'appello di Genova.

Nel primo caso, il soggetto, socio di una Srl commerciale, era stato iscritto per alcuni anni come socio lavorante (pagando i relativi contributi) e, successivamente, aveva richiesto la cancellazione, sostenendo di svolgere prevalentemente attività di amministratore, remunerata a compenso, regolarmente assoggettato ai contributi per la gestione separata. Il passaggio dall'una all'altra situazione, invero, era stato giustificato, nei fatti, dal l'incremento delle dimensioni della Srl. Secondo l'Inps il fatto di intrattenere rapporti con i clienti, fornitori e banche, oltre all'attività di coordinamento delle maestranze, concretizzerebbe lo svolgimento di attività operative, e non solo decisionali, con la conseguenza che sussisterebbe prevalenza e, dunque, obbligo di iscrizione (anche) alla gestione commercianti. Secondo il tribunale, tuttavia, l'Inps non ha provato adeguatamente le proprie affermazioni, mentre il contribuente ha dimostrato l'esistenza di una struttura in grado di ben operare in modo autonomo, e quindi nessun obbligo di iscrizione alla gestione commercianti.

Il caso trattato dalla Corte d'appello di Genova, ha riguardato una persona fisica che, pur remunerata come consigliere di amministrazione, lavorava materialmente in un negozio. L'organo giudicante ha ritenuto sussistenti gli elementi per ritenere che la disposizione "interpretativa" contenuta nel Dl 78/2010 possa porsi in contrasto con il dettato della Costituzione, in particolare per l'assenza di motivi di interesse generale diversi da quello di cassa che legittimino l'intervento, nonché per una evidente violazione del principio della parità delle parti processuali e del diritto dei cittadini ad agire in giudizio per la tutela dei propri diritti.

Va ricordato che con sentenza n. 25505/2006, le sezioni unite della Cassazione hanno "bacchettato" l'amministrazione finanziaria che, «travestita da legislatore» (parole utilizzate dalla stessa sentenza), ha tentato con decreto legge di indirizzare a proprio favore il contenzioso in essere pendente presso la stessa Corte. A differenza di quel caso, questa volta, l'interpretazione dettata dalla norma va in senso diametralmente opposto a quanto statuito dalla Corte. La Consulta potrebbe, pertanto, giudicarla negativamente, e solo in questo caso, chi si fosse discostato dalla disposizione avrebbe partita vinta. Appare prudente, pertanto, pagare e, se intenzionati, agire giudizialmente contro l'atto con cui l'Istituto nega il rimborso dei contributi versati.

 

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