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I soci della Pop Bari e quella vendita «a ostacoli» delle azioni

«Io oggi sono un azionista prigioniero della Banca Popolare di Bari. In sostanza mi hanno messo sotto sequestro i risparmi di una vita». Un bel gruzzolo, circa un milione di euro investiti in azioni e obbligazioni della banca. Nicola Latrofa, pensionato, ex funzionario Asl, non sa «quando» potrà recuperare i suoi soldi. Comincia a chiedersi «quanto» avrà indietro. E spera di non doversi interrogare sul «se».

Tira una strana aria a Bari, un refolo freddo alimentato dai dubbi sul vero valore delle azioni, già tagliate a maggio da 9,53 a 7,5 euro. Risparmio, vite di lavoro, futuro dei figli, 70 mila soci: almeno un miliardo e mezzo in titoli della più grande banca del Sud è congelato. Il dramma delle banche venete ha ingigantito all’eccesso le paure. Se però il capogruppo M5S in commissione Bilancio dalla Camera, il pugliese Francesco Cariello, «spara» in un’interpellanza che «La Popolare Bari rischia la fine della Popolare Vicenza» e se alcuni azionisti scendono in piazza (mai successo prima in quel bunker di consenso militarizzato) perché non riescono a vendere le azioni, l’aria s’appesantisce ancor di più.

Tra meno di un mese (11 dicembre data probabile) la banca si trasformerà in spa e alla famiglia Jacobini, che governa da sempre, verrà a mancare il principale strumento di potere: il controllo del voto capitario (una testa un voto). Una cappa dinastica sulla governance ha permesso ai due figli di Marco Jacobini, presidente e in consiglio da 38 anni, di salire fino al grado di condirettore e vicedirettore generale. Gianluca, senza alcuna esperienza lontano da papà, è anche volato alla guida di una banca problematica come Tercas, acquisita nel 2014.

La Vigilanza di Bankitalia, intanto, ha appena chiuso un’ispezione. Fiato sospeso sugli esiti. Ci vorrà tempo.

Dal canto suo la popolare, 3.200 dipendenti, rassicura «fortemente convinta — afferma l’amministratore delegato Giorgio Papa — della solidità del proprio patrimonio e della qualità dei propri attivi». I dubbi saranno smentiti e cadranno. Ma che soci e clienti siano stati caricati di azioni e bond un anno prima del taglio del prezzo e di una perdita di bilancio (2015) di quasi 300 milioni, è agli atti. Banca Tercas è lo snodo. Ci sono voluti oltre 500 milioni (con 200 milioni di obbligazioni subordinate, quelle ad alto rischio) per finanziare l’operazione, autorizzata da Bankitalia.

Nessun escamotage nel collocamento? Tipo finanziamenti per acquistare azioni o forzatura dei profili di rischio dei clienti (Mifid)? Chi protesta in piazza insinua dubbi. Ma l’amministratore delegato è netto: «La banca ha posto in essere tutti i presidi necessari per eseguire gli aumenti di capitale prevenendo sottoscrizioni finanziate dalla stessa Banca. È sempre stata fornita agli investitori, al momento della sottoscrizione, piena informativa sulle caratteristiche dell’investimento in azioni e sulla sua rischiosità».

È il punto chiave. Afferma il pensionato «prigioniero»: «Mi consigliavano di sottoscrivere gli aumenti, ho venduto tutto per farlo, anche mia figlia e mio genero hanno investito. Sì, ho anche bond subordinati. Un giorno mi hanno detto: ti alziamo il profilo di rischio sennò abbiamo problemi con Banca d’Italia. Da un anno ho messo in vendita i titoli e non ho saputo nulla. Mi sono lasciato convincere, ho sbagliato. Ma sono andato in assemblea e ho votato contro il bilancio».

In quell’assemblea di maggio scorso si erano presentati due pezzi da novanta della politica locale, il governatore pugliese Michele Emiliano e Francesco Boccia (Pd) presidente della commissione Bilancio della Camera. I loro interventi elogiativi erano stati collocati da una sapiente regia proprio nel punto più delicato all’ordine del giorno, quello sul taglio del valore dell’azione. Diceva Marco Jacobini: «Quando il socio ha bisogno di monetizzare le azioni la banca deve essere sempre pronta». Diceva anche: «Chi sottoscrive le nostre azioni sa che acquistano sempre valore». Déjà vu .

Mario Gerevini

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